Senza cronaca non c’è storia. Lo ripeto.
Il numero 112/113/114 di Rasegna di Architettura a Urbanistica, pubblicata a Roma, è stata un’operazione di cronaca degli anni ’60. Di quegli anni, Controscuola, fu manifesto. Lo fu di una scelta sovversiva e non violenta che apriva alla modernità. Gli studi di architettura, ne furono la manifestazione diretta. E il Politecnico romano in via Tiepolo, la “creatura” di Amedeo Fago, l’apertura al futuro degli studi. Del resto lo studio con Bianconcini Mazzocchi, Giovagnoni e Grimaldi in via Cimabue, al Flaminio, ne era stato “culla”. Tutti confluirono in Politecnico.
1. Studiare l’apertura che avvenne a Roma in quegli anni, è stato impegno di questi anni.
Nascendo dalla domanda , fin da subito emersa, se l’esperienza romana potesse indicare un’apertura ai milanesi, ai compagni di strada di cui vedo i figli ricaduti nella più sterile accademia.
D’altra parte, per me , la cui visione milanese e politecnica nel senso cattaneano, non era affatto in dubbio, il problema era andare oltre il vicolo cieco in cui si è venuta a trovarsi la disciplina dell’architettura a Milano. Non il Politecnico in generale e l’ingegneria.L’architettura.
Mi sono domandato però se questa eclisse della credibilità dell’architettura non potesse essere che una deriva accidentale e temporanea.
Come potrà mancare il contributo dell’architettura, dal momento che, costruendo il campo d’azione indica a tutti, in presenza, e senza venir meno, i fenomeni in atto cui ciascuno risponde spontaneamente con la sua azione immediata? Né alcuno, potrebbe comportarsi altrimenti! O altrimenti apprendere le determinazioni primarie del proprio comportamento.
Costruire abitare pensare , scrisse il filosofo. Sulla scorta del grande Emmanuel. Ma non è con le parole che aveva a che fare benchè ne scrivesse. Nel misurarsi esclusivamente con le parole, fallì lo scopo. Le parole, infatti, sono chiuse. Non vi è campo d’abitare in esse.
Tocca agli architetti prendere in mano il testimonio. E proseguire il cammino indicando i primi passi nella via della scienza.
Dico degli indici delle cose.
Come quelle in cui Amedeo Fago vide l’apertura.
2.Intuì la verità della cosa, la fabbrica di via Tiepolo. Abitare la quale, ovviamente nel quartiere, coincideva con l’ essere “motore di tempo vissuto” sociale; bensì locale ma aperto all’universalità . In quel crocevia del mondo, al quartiere Flaminio, di giorno in giorno si producevano eventi e fatti attrattori di “pubblico”. Chiunque, perciò nell’essere presente, patecipava e s’istruiva, partecipando .
Per questo, del tutto naturalmente, vedo nell’estate romana di Nicolini il momento in cui, simile intelligenza della socialità, fu partecipata ad una “folla globale”. E si capisce bene la proiezione della fabbrica , il luogo del lavoro per ccellenza dell’oggi di allora, nella basilica di Massenzio, un luogo “monumentale per definizione ”, grondante tempo passato, per così dire, cui s’ispirava il mondo intero per intendere lo spessore del tempo nelle manifestazioni dell’arte.
3. Si affronta senza mediazione un problema della modernità. In particolare la destabilizzazione del significato delle parole, a partire dalle più comuni, come del termine spazio, il cui significato si disgiunge dal segno verbale. Perdendo apparentemente di stabilità. Emergono a destabilizzarlo utopia, ed eterotopia.
Lo spazio somaticamente vissuto, però, non è affatto esposto ad alcuna “instabilità”.
È il modo dello spazio, nei fenomeni sperimentali, – peraltro operati nello spazio somatico stesso – a dimostrare proprietà ignote alla percezione immediata naturale, quindi, la non esclusività della nozione convenzionale preesistente. Che non può essere semplicemente negata. In quanto coesistente con l’altra, precedentemente ignota e scoperta testè.
Non si può postulare alcuna esclusività. D’altra parte, fabbrica, laboratori, sale da spettacolo, trattengono il significato tradizionale dello spazio, quello del lavoro artistico relativo al tempo di produzione e d’uso delle, nella sua determinazione immutata.
Fabbrica, laboratori, sale da spettacolo, del resto, portano proprio questo all’attenzione, l’esperienza sociale del lavoro artistico. Tale nozione moderna dei manufatti, nella quale la dimensione politica non pretende d’essere esclusiva includente, riducente. Onnivora, come a Milano. Mi appare parallela e, in qualche modo Irriducibile a quella milanese.
Non dico di ciò che avvenne nell’insegnamento universitario e nel tentativo di De Carli/Finzi di attivare un insegnamento integrato d’ingegneria/architettura. Spento dall’atto eticopolitico o sociale che costo il commissariamento.
L’azione artistica mantenne la propria intelligenza della realtà sociale.
Meditando sulla architettura della fabbrica, sulla funzione del lavoro artistico, il tema della modernità, si è andato approfondendo in modo radicale. Torno alla fabbrica, ai laboratori, alle sale da spettacolo come spazio, bensì concreto, ma in verità utopico, in senso moderno. Cioè attivante un tempo al futuro, pregno di prodotti del tempo presente. Di intelligenza di possibilità ignote di interagire con il mondo, cose e persone.
4. L’attenzione al tempo delle persone attraverso le cose, annulla la esclusività del soggetto. Sperimenta una desoggettivazione, non reificante, ma affettivamente, “vissuta con altri” .
L’intuizione di Amedeo nel dar vita alla sua “creatura”, penso, sia stata proprio questa: l’istituzione motore degli eventi dell’ “esistenza” sociale nella accidentalità della vita quotidiana.
Nel domandarmi, come già feci, se il politecnico romano desse un aiuto agli architetti milanesi, di cui faccio parte, ad uscir fuori dal vicolo cieco in cui si sono cacciati, ho trovato questa risposta. Che i milanesi non videro. Per procedere sono costretto ad affrontare il significato di utopia.
Nel pensare utopia, debbo dichiarare che Utopia, per me come architetto milanese, è il manifesto che E.N. Rogers, ci consegnò, nel ’64, nel titolo del libro che pubblicò come prodotto del suo primo corso di progettazione architettonica (Elementi): utopia della realtà. L’orientamnto alla realtà della ricerca utopica. La connessione tra progetto e utopia.
Oggi, avverto in questo motto il monito del “maestro” di allora. Che voleva indicare l’ “insegna” o il manifesto dell’intento di allora, dello spirito di quel tempo presente. Quando Rogers nell’abbandonare il corso di caratteri stilisti e costruttivi dei monumenti assunse la titolarità del Corso di elementi di composizione. Si ammalò gravemente. Cosicchè gli subentrò l’assistente, Guido Canella, che non si fece alfiere di quell’insegna né di quell’intento. Anzi. Penso che occorra pensare di nuovo a quel monito ed alla sua ilntelligenza del problema di allora, allo scadere, negli anni ’60 dell’epoca dei CIAM i congressi di architettura della prima metà del secolo. L’ultimo di quali fu proprio nel 1960 ad Otterloo.
Il contributo romano a questa indagine sta nelle parole di Antonino Terranova . Nella critica impietosa a Tafuri da lui dichiarato il rinnegatore sottilissimo di “Progetto e Utopia” .
Estendo ai milanesi la critica, benchè fosse stato proprio Rogers a legare utopia e progetto ed a piegare l’utopia alla realtà volgendo il significato dello spazio dal passato al futuro.
Vi è stato un modo di rinnegare il monito di Rogers, semplicemente dimenticandolo.

5. Nel pensare dunque a utopia e progetto non penso a Tafuri, ma a Rogers. Segnalo in proposito lo studio di Antonella Contin che negli anni ‘80/’90 mise al centro della nozione del progetto di Rogers lo sperare contra spem. Non coincide con la nozione francese, di Foucault o della Choay.
Espone la versione italiana. Occorrerà capire la coesistenza con l’altra se vorremo andare oltre ed agganciare un’interlocuzione con l’estero davvero alla pari.
Ma certo la nozione elaborata a Roma non è meno importante per la modernità. Per questo, penso allora, che si debba pensare a Politecnico ed alla sua intuizione “futurista” non ortodossa; pragmatica e non teorica; sociale e non politica; artistica e non scientifica; antropologica e psicoanalitica e non filosofica.
6. Torno all’interrogativo di Antonino Terranova.
Ha indicato la disperazione vissuta. Contro la quale ha combattuto Amedeo Fago.Irrequitezza, ha chiamato il sentimento di disagio nella civiltà di cui parlò Freud come carattere della modernità.
Rifiutando di accogliere la disperazione Amedeo prese di petto la questione dimostrando negli atti di voler andare oltre.
La fabbrica di via Tiepolo impersonò un progetto utopico.
Occorre vederne la sintonia piuttosto che con la filosofia, con la psicoanalisi. In proposito occorre ricordare che nell’approccio psicanalitico, non sono le parole a manifestare la realtà, ma altri modi. Con le arti, in particolare.
Screenshot (258)6. La comunicazione artistica non è linguistica. La sua forma di comunicazione, non ha alcuna analogia con la comunicazione verbale. Perciò, va pensata molto seriamente ed in profondità proprio in relazione con la parola destabilizzata. Anzi, nell’interazione con le parole e nella sinergia con le parole che oggi tradiscono. Ed attendono dagli indici delle cose la conferma dei fenomeni relativamente ai quali si mantengono vere. Perciò è di estrema importanza la interazione delle parole con ciò che indicano i fatti d’arte. In particolare con la teoria della nascita.
Compare qui la sintonia essenziale tra la ricerca artistica e politecnica di Amedeo e la teoria della nascita messa a punto da Massimo Fagioli. Che evolve postulando l’analogia tra nascita la reminiscenza della nascita e l’ intuizione creativa (che scopre/inventa). Si noterà che la teoria della nascita segnala i momenti successivi di distacco dalla madre inquadrando nella loro fenomenologia l’incontro con l’altro e la sessualità. Evidentemente la nascita mi convince. Mi ricorda il monito di De Carli, il maestro di cui fui apprendista. E l’insegnamento di Dino Formaggio di cui fui assistente all’epoca in cui insegnava teoria della visione.
Prima di esprimermi sulla sintonia che li accomunava nell’interesse alla nascita come esperienza primaria irrinunciabile, vorrei sottolineare l ‘orizzonte milanese che unifica Ponti, De Carli e Rogers. Vedendo nella parola utopia che permuta al futuro il progetto dell’opera odierna, pensando l’architettura come nascita, invece che come come rinascita. Vedo, per così dire, la possibilità di uno spazio per un modo d’essere al futuro del tempo umano. Non replica ottusa ed automatica. Per spiegarmi, dichiaro la sintonia con le indicazioni di Moneo e con la scuola di Colin Rowe.
Schermata 2022-01-17 alle 18.08.39Indicando Le Corbusier e la ville à Grches, mi ricordava non solo e tanto i quattro modi, ma il menhir di Bretagna e la sua incarnazione in qualunque costruzione architettonica. L’impatto sull’orizzonte della quale era comune a Rogers e Ponti, sia pure nelle opposte affezioni conseguenti al modo di Rogers, la torre Velasca, e di Ponti, il grattacielo Pirelli. Per De carli, il telaio abitabile che incorpora lo spazio somatico (spazio primario lo chiamava) era modellato da piani come paraventi esposti all’aria ed alla pressione dei venti. Perciò ho capito il monito di Moneo: inquietudine teorica nel concepire una strategia di progetto. L’urgenza di ciò che “urge” in questo modo della concezione di un progetto, dà concretezza all’utopia primitiva. Non l’archetipo rossiano, ma l’archetipo in situazione, nella reazione poetica con la preesistenza o il contesto, l’intorno locale, l’intorno urbano, Skyline/orizzonte.
Perciò, penso di aver capito perché vide in Eisenman il teorico dell’architettura moderna, della seconda modernità, non metastorica. Per cui la canonicità consegue alla intuizione dello “spirito del tempo”, zeitgeist in tedesco. Non mancherò di nominare la sintonia personale con questo insegnamento. Con la scuola di Wittkower/Colin Rowe. E con il prosieguo di Moneo ed Eisenman.
Mi sono allontanato dal Politecnico romano delle arti. Apro allora alla riflessione su di una sintonia intrinseca basata sull’arte e sulla teoria della nascita. Su di una dimensione sociale dell’azione irriducibile all’ individuo singolo. Questo infatti, il medico analista aveva sottolineato nella forma stessa della sua diagnosi e terapia di gruppo. Collettiva e non individuale, gratuita e non prezzolata, basata sul dono reciproco e non sul mercato.

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