Il dibattito in India tra la corrente nehruviana che vedeva nel pensiero tecnico-scientifico e nella cultura metropolitana il percorso di affrancamento per l’India e quella gandhiana che invece promuoveva un pensiero di autosussistenza attraverso l’agricoltura e la microeconomia, promosse l’ideazione di un protocollo per la creazione di cento città di medie-piccole dimensioni per la redistribuzione di ricchezze e diritti nel territorio nazionale. Questo processo legò solidamente un’idea di modernità a un’idea di democrazia partecipata, poiché attraverso la costruzione di queste città ci si prefiggeva di strutturare anche dei presidi democratici attraverso cui educare la popolazione a una autodeterminazione politica ed economica. Questo era possibile attraverso la diffusione dei servizi e architetture che garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo: abitazioni, scuole, ospedali, spazio pubblico, luoghi per la cultura e il tempo libero e infine infrastrutture. Il programma di modernizzazione del paese attraverso la costruzione di città fu seguito e messo in pratica da Otto Koenisberger, come direttore del ministero della salute. Il Koenisberger stabilì di procedere attraverso la pianificazione di un pattern urbano declinato con tre modalità diverse: uno per una città industriale, uno per una città amministrativa e il terzo per una città di rifugiati. La definizione di questa architettura urbana attraverso il termine pattern implicava due aspetti fondamentali nel dopoguerra ovvero adattabilità al contesto geografico e culturale e impegno per la partecipazione popolare. Ciò era inquadrato nel piano di lavoro semplicemente facendo corrispondere ad alcune parole chiave quel tipo di spazi che avrebbero potuto a lungo termine realizzare il loro alto ideale. Tale desiderabile corrispondenza tra concetti democratici e spazio costruito veniva reperito nel patrimonio realizzato della cultura architettonica aderente alla filosofia “moderna”. Tolleranza e convivenza inter-religiosa nello spazio pubblico, solidarietà sociale nelle istituzioni amministrative, salute nelle infrastrutture sanitarie, mobilità sociale nelle strutture educative e di formazione etc…
Ogni città però si caratterizza per una sua propria natura biologica che racchiude una corrispondenza tra l’ecosistema in cui si inserisce e il progetto socio-politico che la rende operativa nel tempo, per tale ragione un modello utopico ideale riproposto sempre uguale a sé stesso non solo non è realizzabile ma non è auspicabile. Anche per questa ragione le città pensate da Koenisberger per le esigenze indiane prevedevano anche un equilibrio complessivo raggiunto con l’applicazione di un modello economico e di proprietà. La città industriale infatti reggeva i suoi equilibri sulla produzione in linea, l’organizzazione di un rapporto tra lavoratori e imprenditoria affiancati da un indotto di medie-piccole entità. La città amministrativa in linea di massima interamente di proprietà pubblica si ordinava attraverso la regolamentazione di impiegati pubblici e la gestione degli apparati burocratici. La città di rifugiati si strutturava in un’economia mista di assistenzialismo statale e avviamento della libera impresa individuale. Tutte queste città prevedevano la formazione di un ceto borghese medio come obiettivo della piena realizzazione di uno stato democratico libero e moderno.

Il ruolo del progetto.
Nessuna discussione sulla forma urbana può ignorare il ruolo del progetto nella scelta tra le forme possibili, né può ambire a dare una spiegazione del modello riducendolo a mero strumento compositivo all’interno del processo creativo svincolandolo dalla teoria con cui condivide un rapporto tautologicamente ambiguo, tanto di sovrapponibilità quanto di indipendenza a seconda dei casi. Il primo passo è quindi quello di circoscrivere semanticamente il termine partendo dalla sua definizione; tre sono quelle selezionate da Lynch: a. “Nell’accezione comune modello si riferisce alla miniatura materiale, tridimensionale, di un edificio […] di un paesaggio […].” b. modello è il termine accademico corrente per definire una teoria astratta sul funzionamento di qualcosa, i cui elementi nelle loro reciproche relazioni vengono definiti nitidamente soprattutto in termini quantitativi. c. (quella più funzionale al nostro caso) modello nella sua funzione attributiva, come “degno di imitazione”.
Più nello specifico un modello corrisponde ad una rappresentazione di come un ambiente dovrebbe essere strutturato, a una descrizione della forma o del processo che costituiscono il prototipo da seguire, indipendentemente dall’iter progettuale o dalle intenzioni, il suo utilizzo è un’operazione congenita e strutturale del processo creativo, che sia questo di apparente mimesi piuttosto che di più esplicita sovversione, che sia sotteso alla creazione di nuovi ambienti o alla ristrutturazione di preesistenze. Due sono le operazioni in merito alla definizione della forma urbana: dare delle prescrizioni o specificare le prestazioni; sebbene tendenzialmente i modelli siano la risposta più concreta alla prima di queste due azioni, lo stato di dipendenza e consequenzialità tra le due ne rende poco netto il discrimine. L’astrazione degli standard prestazionali permette una maggior flessibilità risolutiva concedendo da un lato più ampio spazio all’innovazione con il rischio dall’altro di aumentare il grado di indeterminatezza di un progetto con una conseguente dilatazione dei tempi e dei costi. Questo pone l’accento sulle capacità di discernere se ciò che si acquista in flessibilità e innovazione giustifichi effettivamente il rischio e il costo che il loro impiego comporta. Dimensioni e standard prestazionali sono sicuramente meno adatti a fornire soluzioni applicative concrete quanto piuttosto compatibili alla costituzione di una visione normalizzante più squisitamente teorica, ma coerentemente cumulativa, e quindi universale, adottabile in qualsiasi cultura e in ogni tipo di circostanza.


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