Abbiamo cominciato la nostra riflessione appartare da una parola chiave,habitus, e da una scala di riferimento, quella piccola, o umana o dell’1:1. Ancor più che il nome della sezione stessa, quell’”interior design” ancora da ri-definire attraverso i contributi di tutti, sono questi i nostri riferimenti. Con questo numero cerchiamo di fare un passo ulteriore nel dibattito, concentrandoci su

alcuni temi particolari: lo spazio pubblico nella città di oggi e il ruolo della storia. Il binomio che questa volta vogliamo proporre è quello durata/mutamento. Che cosa può mutare negli spazi costruiti nei quali viviamo e cosa è invece immutabile, essenzialmente perché ancora generatore di senso nel presente? Dove il processo di adattamento si deve concentrare per interpretare il modo di vita equivalente al tempo in cui viviamo? Le nostre consuetudini nella disposizione degli spazi sono ancora in grado di rispondere alle domande del presente? E se così non fosse, cosa fare del nostro patrimonio costruito?

Definire con più attenzione il ruolo dello spazio pubblico è un passo fondamentale nel ripensamento della condizione urbana, perché è proprio da esso che comincia l’appropriazione della città da parte delle persone che la abitano. Questo discorso ha a che fare con una riaffermazione dell’intimità della vita e dei diritti dell’individuo, che non possono perdere la loro centralità, neanche nella complessità del mondo in cui viviamo. La meccanizzazione prima, e la digitalizzazione poi, hanno messo in secondo piano l’aspetto più conviviale della vita, portando a una sostanziale separazione fra pensiero e sentimento che è stata fra le cause della crisi del razionalismo architettonico. Forse proprio in questo troviamo una prima risposta alle domande poste: l’esperienza umana è sempre una costante. Alla base della vita ci sono sempre le stesse azioni primarie, che legano corporalmente l’uomo allo spazio in cui vive e gli uomini fra loro e che necessariamente devono essere soddisfatte. Uno spazio viene attrezzato prima di tutto per soddisfare istanze elementari e immutabili, ma che sono la base per la costruzione della società stessa.

Questa riduzione all’elementare potrebbe essere un metodo efficace nella lettura degli stili di disposizione dello spazio, così come abbiamo osservato nelle ricerche di Alexander o di Lynch. Nella scala piccola le azioni primarie si riconoscono con maggiore evidenza e il ruolo giocato dall’individuo è centrale. La ricerca dell’elementare, soprattutto nell’arte, è spesso andata di pari passo con il primitivo e con l’irrazionale. Anche nel campo dell’architettura sono spesso le situazioni anonime o spontanee a colpirci di più (pensiamo all’interesse per le favelas o per gli episodi di autocostruzione), quelle dove il quotidiano prende forma secondo i modi più immediati e poetici e la congruenza fra uso e scenario è maggiore, anche se ottenuta per vie tortuose. Una corporalità nella quale troviamo un nuovo umanesimo che resiste quasi istintivamente a un razionalismo esagerato. Dove ricercare quindi gli spazi pubblici della contemporaneità, quelli dove si è affermato il logos dell’oggi? Uno dei temi della società mondializzata è quello dell’assimilazione, che non significa per forza omologazione. La costruzione dello spazio deve da un lato continuare a rispondere alla domanda di senso delle comunità locali, ma dall’altro predisporsi all’ospitalità verso le popolazioni altre che sempre più coesistono nel mondo. Forse è proprio per questo che nei terminali delle reti di trasporto, dove avviene fisicamente l’incontro fra popolazioni diverse, riconosciamo meglio lo spirito delnostro tempo. Cogliamo il mutamento in atto e il linguaggio emergente. La ricerca di un punto di vista universale è invece il compito più difficile che ci spetta. Così come sono universali le azioni primarie dell’uomo, su qualcosa di condiviso si deve basare un’accomunare senza omologare. E tutto questo deve avvenire in un luogo organico, che non può avere sostituti digitali o virtuali. Come sarà questo luogo universale?

Questa nuova fase non potrà partire dalla tabula rasa, perché lo spazio contiene al suo interno i segni della storia, sui quali si basa il processo di appropriazione. Nelle città si sono sedimentati monumenti di ogni epoca, i quali trasmettono la durata della nostra permanenza nello spazio. Ogni epoca riflette continuamente sul suo rapporto con il passato, nel momento in cui decide di affermare un segno del presente o si chiede cosa fare di un’opera che si è conservata nel tempo. In alcune culture il passato vive in un “eterno presente” (per usare un termine di Siegfrid Giedion): nella tradizione giapponese, ad esempio, lo stesso stile veniva continuamente riproposto, perché sempre attuali erano i presupposti che ne costituivano le ragioni. La cultura occidentale guarda invece alla storia con lo sguardo dell’oggi e la stessa idea di patrimonio è il frutto di una selezione e di un adattamento progressivi, la risposta a una domanda: cosa e come si vuole tramandare? Diceva Bergson: “Il passato corrode continuamente il futuro”. E il nostro presente ha a che vedere con la coesistenza fra un passato particolare e un futuro comune, secondo un habitus tutto da codificare.

Gli interni urbani e quelli architettonici cambiamo con maggiore rapidità, perché reagiscono all’uso e sono forse il primo campo nel quale si manifesta il mutamento. La sostituzione di attrezzature e linguaggi è continua e spesso si trasforma in un cambio di moda che lascia lo spazio privo dei suoi elementi connotanti e proprio nella schizofrenia dei linguaggi manifesta l’indecisione del nostro tempo. Anche per questo la scala piccola è centrale per comprendere la contemporaneità. La scala piccola è quella dell’adattamento dell’esistente, che tanto più in una congiuntura economica e sociale segnata dalla mancanza di risorse sarà il principale strumento di modificazione degli spazi di vita, almeno nella città europea. In un costante rapporto fra uno scenario stabile, al quale sarà forse affidato il compito di esprimere il senso della durata, e azioni elementari che ne varieranno di continuo l’immagine.


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