Three town pattern, three economy systems for a partecipative cities.

Jamshedpur
Jamshedpur rappresenta il progetto pilota dell’intero Protocollo per le New Towns Indiane dopo l’indipendenza.
Viene fondata con l’idea di costituire una comunità produttiva estesa, frutto di un accordo tra lo Stato Indiano e le industrie Tata, per servire il maggior polo di lavorazione dell’acciaio del paese: il Tata Iron and Steel Co. Ltd.
Il nucleo urbano moderno precede l’avviamento del protocollo Nehru-Koenigsberger, ma la pianificazione coerente di un impianto logico ed efficiente viene affidata a O. Koenigsberger come prima prova effettiva per un insediamento moderno in India. In questa prima occasione Koenigsberg delinea il modello band-town, dove il trapianto e la fusione tra pratiche di pianificazione howardiane e tedesche è evidente sia nell’organizzazione dell’impianto e delle unità di vicinato, sia nella redazione dei disegni per il centro commerciale-direzionale e per le tipologie delle abitazioni.
Questo piano testimonia l’eclettica genealogia della pianificazione in India. Esso venne preparato per la collocazione della nuova sede delle acciaierie Tata in una delle regioni più povere dell’India e, contestualmente, fu redatto con l’obiettivo di rispondere all’urgente pressione sui centri urbani storici e su quelli coloniali.
Nella sua stesura si proponeva di creare una netta separazione tra industria e abitazioni, e di facilitare lo sviluppo orizzontale dei mezzi di trasporto sia ferroviari che su ruote, per ridurre gli investimenti delle infrastrutture ma garantire la forte mobilità di persone e beni.
Ponendo per la prima volta un’attenzione diretta al disegno e al progetto del suolo, il modello band town indicava un nuovo sistema di lottizzazione che ottimizzasse le attrezzature e gli impianti, con l’obbiettivo di ovviare a priori gli esiti del sovrappopolamento repentino e incontrollato, comune ai centri di produzione industriale.
Il prototipo urbano che ne deriva è quello di una città a bassa densità, sviluppata orizzontalmente, suddivisa in set-tori funzionali e in unità di vicinato autonome organizzate lungo un’unica ar¬teria stradale principale. Ogni unità a Jamshedpur conta circa 15.000 persone, quantità molto più elevata rispetto ai modelli occidentali di riferimento.
Aspetto dirompente fu l’introduzione di nuove tecniche di costruzione delle abitazioni, sia per le tipologie, sia per l’uso di una nuova industria edilizia progredita che si orientasse verso la prefabbricazione di elementi. In questo modo si coniugava al protocollo la promozione di abilità e di capacità nelle comunità coinvolte, indirizzate alla formazione di nuove competenze e alla specializzazione di personale in grado di costruire secondo principi igienico-sanitari standardizzati e con rapidità di esecuzione. Le soluzioni adottate si confrontano col contesto tropicale indiano e con i dispositivi abitativi locali. È con questa esperienza che Konigsberger pone il seme di una grande produzione culturale sull’architettura tropicale, che ha generato grande sviluppo di idee e di tecniche progettuali in India e nel resto del mondo.
Il piano inaugura la stesura di un modello di città programmatico che si può definire ‘paradigma urbano’ poiché lega, per la prima volta in modo inscindibile, l’estetica moderna a un processo di introduzione di nuovi valori etici in paesi arretrati: l’obbiettivo urbano era generato dalla volontà di trasformare i nuclei e i legami arcaici tessuti nelle comunità rurali in nuove strutture sociali dinamiche e organizzate in comunità urbane.
Il paradigma urbano indiano quindi dava conto della volontà di autodeterminazione della società indiana dell’epoca e della scelta politica di orientarsi verso un’organizzazione d’ispirazione socialista, laica e democratica. Parte delle idee immesse in questo nuovo disegno, che lega inscindibilmente in una configurazione spaziale un insieme di principi etici all’estetica moderna, è attribuibile all’operato di Patrick Geddes in India: nella prefazione alla relazione di piano ‘Jamshedpur development plant’ cita esplicitamente come guida il testo ‘Valley Section and Social Diagnostic’.
A favore di questa idea processuale e pluralistica volta ad avviare un’organizzazione sociale disciplinata in nuclei urbani moderni distribuiti sul territorio, nella relazione del piano di Jamshedpur si auspica che, piuttosto che rifarsi a leggi e normative, il carattere dell’immagine delle città venisse affidato a un artista, per garantire piacevolezza e disuniformità, piuttosto che determinare una versione unilaterale, lasciando la scelta in mano ai privati che avrebbero puntato al risparmio e quindi alla omologazione dello spazio urbano.
La formulazione di questo principio avvia quel singolare fenomeno che, nella disciplina architettonica, ha portato nei fatti a privilegiare un processo virtuoso e pluralistico – anche quando demagogico – nei progetti di pianificazione di nuovi comparti urbani popolari e sociali. Al contrario la ricerca di un linguaggio e una grammatica dell’architettura moderna, che potesse contenere una nuova visione della convivenza sociale e della redistribuzione di diritti e doveri caratterizzando i nuovi stati democratici, lentamente perdeva di centralità.

Bubaneshwar
A Bhubaneswar si applica un piano di rifondazione della città storica per renderla la nuova capitale dello stato dell’Orissa, come a Chandigarh l’obbiettivo allargato è quello di riorganizzare i territori e i confini tra stati confederati in una delle aree più depresse dell’India. La formazione di un movimento per la costituzione dell’Orissa e la nascita di una nuova capitale, precedeva l’Indipendenza ed era stato promosso da un movimento autodeterminatosi localmente.
La nuova città moderna, affiancata al nucleo storico che conta 2500 anni, avrebbe generato un rinnovato simbolo dell’India confederata, democratica e laica affiancandosi ai meravigliosi monumenti kalinga esistenti nel centro originario; in questo modo gli elementi dell’identità storica locale avrebbero potuto confluire in quelli più numerosi e pluralistici inclusi nello Stato Federale.
Questo stesso stratagemma avvenne in altri progetti urbani ma soprattutto in quelli per le capitali federali, laddove la pianificazione moderna aveva anche l’obiettivo di determinare una nuova identità Indiana, come appunto in Chandigarh.
Il tema della pianificazione moderna come proposta di modelli culturali nazionali è un tema importante in molta letteratura sociologica indiana.
In Bhubaneswar il modello band town si realizza pienamente conformandosi secondo un pattern ben riconoscibile a livello sia urbano sia architettonico. L’ispirazione modernista del piano è esplicita nel vocabolario adottato nella relazione tecnica. Termini come traffic lay-out o shopping centre furono usati pur apparendo fuori contesto date le condizioni esistenti al momento della costruzione della città. Koenigsberger iniziava così la sua opera di formazione di professionalità indiane per rispondere a problemi locali introducendo strumenti, pratiche urbanistiche e strategie occidentali, uniti alla diffusione della nuova tecnologia edilizia che permetteva la costruzione rapida ed efficace di nuove aree urbane. Si introduceva inoltre consciamente il modello howardiano mediato dall’esperienza americana: la neighbourhood unit era strutturata intorno a una comunità sociale e produttiva pianificata, consapevolmente e legata a un sistema avanzato di trasporto pubblico. Tra gli appunti di Koenigsberger,del resto, vi sono riferimenti a pubblicazioni americane sull’argomento come ‘An Organic Theory of City Planning’ di H.Herrey e C. Pertzoff, comparso su US Architectural Forum nell’aprile del 1944.
L’eccezionalità di questa esperienza urbanistica consta nel fatto che il piano della città sia stato interamente realizzato su suolo statale e con finanziamenti pubblici, cosicché era previsto che il territorio e le unità abitative stesse sarebbero rimaste interamente di proprietà pubblica, e che la loro gestione e assegnazione sarebbero stati di pertinenza degli organi dell’amministrazione pubblica.
La comunità e le persone che avrebbero occupato la città appartenevano principalmente a una classe borghese piccola e media che si sarebbe occupata dell’amministrazione della Capitale Federale e del territorio ad essa riferito,dislocata, nel progetto della città, secondo una gerarchia ben precisa, rispecchiata nei nuclei delle Neighborhood e nella disposizione della grammatica moderna all’interno di essi.
La stessa gerarchia della comunità si può leggere nella composizione architettonica delle abitazioni, delle scuole, nell’infrastruttura urbana, nella mobilita ed infine negli spazi del loisir.
Ogni unità era di forma e di dimensioni costanti e contava circa 6.000 abitanti. Come a Jamshedpur la band town assume così, in questo caso, una conformazione regolare, predisponendo in questo modo la città a uno sviluppo successivo ordinato nello spazio così come nel tempo, in cui la neighbourhood unit rappresentava la regola compositiva.
Ogni unità era pensata sia come modulo ripetibile nelle aree di espansione future, sia come nucleo singolare fondato su uguali principi distributivi, ognuno destinato ad avere uno sviluppo proprio. Ogni neighbourhood sarebbe diventata espressione della comunità che la abitava e che si occupava della sua gestione interna.
Gli edifici residenziali che troviamo nelle neighbourhood units di Bhubaneswar rispettano precisamente i prototipi architettonici studiati precedentemente a Jamshedpur. Le risposte formali adottate da Otto Koenigsberger sono il risultato di un attento studio delle caratteristiche climatiche del paese tropicale, delle tecniche architettoniche autoctone con una presa d’atto delle condizioni di vita tipiche del popolo indiano.
Costruire in una zona tropicale significa confrontarsi con l’inadeguatezza delle tecniche e degli standard occidentali, ma soprattutto far fronte alla scarsità di risorse, sia in termini economici sia di materiali e sopperire all’arretratezza dei mezzi di costruzione. La modernizzazione di questa realtà doveva quindi partire dalla consapevolezza di queste condizioni.
Koenigsberger è pioniere in India dell’uso della prefabbricazione, soluzione estremamente economica che facilitava la realizzazione del fabbricato, rispondeva all’urgenza abitativa esistente e stimolava la crescita produttiva dell’industria delle costruzioni.
Le case costruite “a macchina” erano edificate tramite un’ossatura sottile in acciaio leggero, in modo da sostenere parte del carico del tetto e permettere l’imballaggio e l’assemblaggio. Le diverse parti erano realizzate con materiali locali e facilmente reperibili, erano progettate in modo che potessero essere confezionate e legate insieme in semplici pacchetti di forma rettangolare che rientravano comodamente in vagoni e camion.
Fornendo queste direttive tecniche, in linea con la pratica urbanistica e le strategie occidentali, Koenigsberger proseguiva la sua opera di formazione di professionalità e maestranze indiane. Vediamo qui le basi del principio incrementale dell’aided self help che raggiungerà una definizione più completa nel progetto delle città per i rifugiati.
È evidente come si rispecchiasse la volontà di democratizzazione dello spazio urbano in un piano che sfrutta al massimo i vantaggi sia sociali, sia economici della gestione dal basso della città. Pienamente inserito nel dibattito sulla modernità possibile in India, avvenne quindi all’insegna di definire una via alternativa in cui lo sviluppo economico potesse realizzare una redistribuzione attraverso la giustizia spaziale, basata in questo caso sulla proprietà pubblica delle risorse e il diritto alla città.

Faridabad
Faridabad rappresenta un caso emblematico di new town indiana. E’ infatti un caso particolarmente interessante sotto il profilo del folk planning.
Sorta da un campo di transito per rifugiati strutturato alle porte di New Delhi, basa la sua ideazione e costruzione sul principio “aided self help” , tema affrontato già nel progetto di Bhubaneswar e che qui prende pieno sviluppo. La città si configura come una città satellite della capitale, volta a alleggerirne il carico demografico dei fuori usciti dal Pakistan e a risolvere la pressione dovuta all’inurbamento convulso di un gran numero di persone dalle campagne limitrofe. Il Panjab infatti era una delle regioni maggiormente colpite dal dramma della Partition, soprattutto per la vicinanza alla capitale, Dehli.
Il nuovo governo di Nerhu aveva finalmente varato il protocollo new towns e aveva affidato a Otto Koenigsberger l’incarico di advisor , dove promuove l’ideale promosso dal National Congress di una nuova India democratica, fatta di cittadini liberi grazie alla costruzione di città. Nelle vesti di supervisore O. Koenigsberger fornì in questo caso un appoggio e gli strumenti di formazione per il quadro della città mentre l’effettivo pianificatore fu P.L. Varma, ingegnere del Punjabi, colui che verrà incaricato di reclutare un architetto occidentale per lo sviluppo del progetto di Chandigarh. Si tratta quindi di una delle prime città progettate da un pianificatore indiano.
Il disegno messo a sistema declina in modo particolare il pattern della Band Town. Sotto il profilo architettonico, in Faridabad, si apre la riflessione su una doppia questione: da un lato si tiene conto del contesto e viene promosso un progetto di landscape, che con il disegno sinuoso, si tenta di dare una forma conclusa alla città, valorizzando le qualità orografiche e botaniche del territorio nel suo complesso; dall’altro ci si interroga sul rapporto tra dimensione sociale e città per questo si privilegia una forma chiusa intesa come nucleo comune attorno cui snodare i numerosi gruppi di collettività e le complesse unità familiari, considerati nella visione Geddesiana come cellule sociali.
Questo risultato è ottenuto dilatando lo spazio che distanzia le due bande, creando un cuore vuoto, sede delle istituzioni di scala urbana attorno cui vengono articolate le neighbourhoood. Una grande arteria ferroviaria che mette in collegamento il nuovo centro con la capitale, corre lungo il lato est della città. L’idea di città lineare del modello Band Town viene mantenuta nello sviluppo successivo della città, grazie alla fortissima relazione con l’infrastruttura della strada e della ferrovia che, col passare del tempo, l’hanno resa un’estensione diretta della grande Delhi.
Essendo una città per rifugiati, predisposta per un numero di abitanti raddoppiato rispetto a Bhubaneswar, la neighborhood unit non è più una matrice quadrangolare che si ripete linearmente, ma viene declinata al suo interno in nuclei minori. Le ampie dimensioni delle unità avrebbero alleggerito un’ espansione di Delhi garantendo al contempo il collegamento al centro della capitale mediante linee di trasporto pubblico di superficie.
Sebbene nelle intenzioni di O. Koenigsberger, animate dall’utopia di Gandhi , la città avrebbe avuto come perno economico quello derivante dalla trasformazione dei beni provenienti dalla produzione agricola, egli era già consapevole nel 1948 che la collocazione geografica e le infrastrutture implementate avrebbero fatto ricadere su Faridabad gran parte della domanda di terreni a destinazione industriale, come in effetti avvenne.
L’aspetto più innovativo di questa esperienza è però la messa in cantiere di una città ideale che muove le sue radici a partire dal concetto incrementale e di “aided self help”. Grazie alla collaborazione tra O. Koenigsberger e P.J. Var-ma si manifestò qui una particolare attenzione alla questione della formazione di capacità indiane che potessero impegnarsi nel tempo sui problemi di progettazione, gestione e mantenimento del territorio . Ciò che identifica questa esperienza è quindi il processo operativo della sua costruzione che vede coinvolti pianificatori, professionisti e rifugiati indiani e venne intrapresa selezionando, fra i 20000 rifugiati, volontari provenienti dal campo profughi che diedero vita allo sviluppo di una nuova comunità in un nuovo contesto sociale e urbano. Si costituirono così associazioni di lavoratori agricoli, operai di fornace per la produzione di mattoni, operai specializzati nella costru-zione di strade, muratori, carpentieri. La maggior parte dei mestieri artigiani si era diffusa durante la costruzione della città e il suo sviluppo, ma sarebbe durata nel tempo.
Il punto fondamentale fu cioè che, a fianco alla costruzione della città, si sviluppò una comunità produttiva con l’inserimento dei suoi membri, attraverso la formazione professionale, in un nuovo contesto sociale, oltre che urbano. Nella versione di folk planning di Otto Koenigsberger, veniva messo da parte l’aspetto narrativo e romantico che caratterizzava l’idea di Geddes, per trasformare i soggetti coinvolti in artefici del proprio cambiamento sociale e professionale. Nel progetto delle neighbourhood unit oltre ai vantaggi di sviluppo pratico e di semplice regolazione del traffico, Otto Koenigsberger riconosceva effetti pedagogici sulla società, che attraverso la vita in comunità salubri avrebbe raggiunto un nuovo livello civico: “The main object of neighbourhood unit planning are however not so much practical advantages(…) but the pedagogical effect which are expected from the system. Neighbourhood units are intended to improve and strengthen the feeling of civic responsibility among the inhabitants.”
L’auto costruzione della città avrebbe avuto come vantaggio l’ introduzione tra gli abitanti di strumenti per una partecipazione democratica all’amministrazione della città: si proponeva a questo scopo l’elezione di rappresentan-ti civici adibiti al controllo dell’ordine e della pulizia del quartiere di appartenenza.
L’idea di Koenigsberger era quella di creare una comunità basata sulla collaborazione tra gli abitanti e il coinvolgimento degli stessi per la creazione di una nuova società, a cominciare dalla progettazione, gestione e mantenimento della stessa neighbourhood unit di appartenenza. Questo aspetto operativo è cruciale per comprendere il passaggio di interesse dell’architettura moderna dal prodotto finale all’aspetto processuale, anticipando così una delle grandi questioni contemporanee.


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