Vittorio Gregotti, 1975

Qualche giorno fa Vittorio Gregotti, è stato affetto dal Coronavirus, il microrganismo che sta sconvolgendo la vita di tutti. E non ha potuto resistere. Per la comunità scientifica degli architetti, e per me personalmente è un lutto. Ne ho ammirato la vitalità. Oltre alla maestria nella nostra arte.

La sua persona esponeva la insopprimibilità di un tempo che porta fino a oggi il moto interiore che animò, come ottimismo della volontà, contro la disperazione della guerra e il terrore del dopoguerra, la ricerca di andare avanti.

Come tale, viene a mancare.

Non nella memoria, che anzi inizia il suo lavoro di radicamento nel pensiero storico che ciascuno tesse nell’anima. Ma nell’affetto che non lo può più invocare, all’occorrenza, per telefono. Voglio qui ricordare, allora, solo tre opere per segnalare la coerenza e la continuità di un disegno: il quartiere ZEN di Palermo, il centro culturale di Belem a Lisbona, la new town, italiana in Cina, di Pujiang.

A suo tempo ne tratterò adeguatamente. Qui riferiscono al concreto la mia ammirazione.


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