Nei numeri precedenti ci siamo preposti di cominciare un percorso complesso e delicato di riflessione ed esplorazione all’interno della condizione urbana contemporanea, per capire quale ruolo potesse avere lo sguardo dell’architettura degli interni nell’evoluzione degli spazi di vita. Dai contributi ricevuti è emerso un tema piuttosto preciso: quale rapporto esiste fra il tessuto pianificato razionale o moderno e le sue commistioni con tessuti urbani più densi e formali, preesistenti e successivi? In particolare si è posto l’interesse su tutte le forme di trasformazione, adattamento o ibridazione alla piccola scala che avvengono all’interno dello spazio urbano, molto spesso in forma spontanea e disarticolata. Interventi puntuali, che esprimono in modo originale e a loro modo creativo bisogni primari delle persone e che sommandosi costruiscono il linguaggio dell’urbanità. Interventi che possono anche diventare più estesi, riproponendo nel cuore delle metropoli la dimensione di quello che David Graham Shane chiama “urban village”. Villaggi che nella dimensione globale convivono coi grattacieli e con le grandi infrastrutture metropolitane, laboratori della resistenza alle forme omologanti della globalizzazione e della costruzione di uno spazio accogliente e identitario per popolazioni marginalizzate, ma il cui peso numerico è sempre più rilevante.

Da qui nasce l’interesse per le favelas, esperienze ai margini dell’architettura dove l’Existenzminimum trova un declinazione attuale e inaspettata. Soprattutto nelle metropoli sudamericane, dove il fenomeno degli agglomerati auto-costruiti all’interno dell’ambiente metropolitano è ormai di lungo corso, ci colpisce la forza d’immagine di questi luoghi, risultato dell’accumulazione di una miriade di micro-azioni volte a ricavare uno spazio di vita. Ancor più interessante è notare come la stabilizzazione degli insediamenti abbia prodotto un fecondo dibattito sulle strategie di adattamento e riconversione di queste parti dello scenario urbano. Strategie che trovano negli interventi di piccola scala il loro campo di applicazione privilegiato. Perché, lo abbiamo detto, è alla piccola scala, quella dell’abitare, che si verifica la validità di un progetto urbano. E sorprende la capacità inconscia di questi insediamenti di creare uno spazio intimo e domestico che è del tutto assente in gran parte delle città contemporanee, riportando all’attenzione quella che Bernard Rudofsky chiamava “architettura senza architetti”. All’interno delle favelas si può riconoscere un catalogo di situazioni urbane estremamente ricco, un’interiorità paradossalmente in grado di accogliere popolazioni nuove, che si sono formate nel disperato tentativo di inseguire le opportunità presenti nelle grandi città. Ma lo stesso discorso trova anche una sua declinazione ricca: basti pensare alle letture sociologiche di Jane Jacobs in “Vita e morte delle grandi città americane”, dove viene analizzato con grande attenzione lo spontaneo ordine funzionale di cui ogni città si dota autonomamente, che si realizza attraverso attrezzature minime che fanno da infrastruttura alla costruzione sociale della città (il marciapiede, il parco urbano, il vicinato, ecc.).

Il passo fondamentale, a questo punto, è capire come da tutte queste esperienze, estremamente variegate nell’esito, nel linguaggio e nel livello di consapevolezza, si possa costruire una nuova prospettiva per lo spazio pubblico urbano. Riportare quindi nel campo dell’architettura tutto quanto viene riconosciuto anche grazie all’apporto delle altre discipline. Liberandosi anche da un certo grado di fascinazione, che non ci fa capire ad esempio che alcune di queste esperienze altro non sono che la riproposizione di pratiche già ampiamente consolidate nella costruzione degli spazi urbani, riproposte semplicemente per consuetudine ma non più in grado di rispondere alla complessità della vita contemporanea.

I fenomeni andrebbero piuttosto posti nell’ottica della qualità spaziale, così come fanno altri due autori che abbiamo più volte citato all’interno di questa rivista: Kevin Lynch e Christopher Alexander. Nel testo “A Good City Form”, del 1981, Lynch individua gli elementi minimi per misurare la qualità della vita urbana in alcuni fatti molto concreti della città e in pratiche non del tutto pianificate, che nascono dal rapporto fra luogo fisico e società. La rete degli accessi alla città, il ruolo dei piccoli gruppi sociali o i metodi di adattamento climatico sono infatti costanti nel rapporto forma-funzione che connotano uno specifico contesto urbano. Istituti sociali e attitudini mentali si associano nella costruzione dello spazio e gli danno qualità. Questo processo non è razionale e incasellabile in semplici logiche di ripetizione, ma va interpretato alla luce della complessità ecologica della città, costantemente soggetta ad un cambiamento consentito e consapevole, instabile perché si basa sul piccolo gruppo sociale o sull’individuo. E così come il cambiamento è un continuo aggiornamento per includere nuovi livelli di complessità, così l’architettura aggiorna o adatta gli scenari del vivere, in una strategia di trasformazione permanente che ha bisogno di competenze sempre nuove. Uso quotidiano e scenario spaziale sono in un equilibrio instabile, dove la variazione dell’uno determina l’aggiornamento dell’altro.

Una strategia dell’adattabilità e della trasformazione significa quindi prima di tutto individuare dei parametri o delle modalità secondo cui questi parametri si specificano in una determinata cultura, comprenderne il funzionamento e le possibilità di cambiamento ed essere in grado di predire in quale contesto storico, sociale ed economico verrà costruito l’adattamento. Un metodo non dissimile da quello proposto da Alexander in “A Pattern Language”. Il pattern rappresenta il riconoscimento e la catalogazione di quelle strutture minime che sono alla base della complessità urbana (ovviamente il discorso è applicato a scale molto diverse fra loro). Viene in questo modo formulata una soluzione ad un problema comune, che lega un contesto, un problema e, appunto, una soluzione. In questo modo si costruisce una sintassi, il “pattern language”, per lo sviluppo di progetti urbani qualitativamente superiori a tutte le scale, che coniugano diversi elementi in un unico processo morfogenetico. Così una pianificazione alla piccola scala, una sorta di urbanistica degli interni urbani, coniuga i bisogni delle varie componenti sociali e le inserisce in un ordine globale, non statico, ma in grado di adattarsi alle trasformazioni sociali e territoriali. Tutto questo crea l’immagine di un luogo, un quadro intellegibile composto da tutte le microstorie che lo abitano. “La filosofia fondamentale riguardo il pattern language è che gli edifici devono essere adatti alle esigenze individuali e dei luoghi; il loro progetto quindi dev’essere flessibile, al fine di assecondare queste necessità. Noi non creiamo un edificio come un set di componenti, ma generiamo una struttura che emerge completa, ma leggera; che gradualmente si rafforza, ma rimane flessibile. E solo alla fine diviene completamente forte e robusta.” (C. Alexander, A Pattern Language, 1977)


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