corpo/ volto/ organismo/ cellula – Arcduecittà .italia – Architettura, Ricerca, Città http://www.arcduecitta.it Rivista di Architettura, ricerca e città Wed, 22 Feb 2023 16:22:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.4.29 IDENTITÀ E RICONOSCIBILITÀ NELLO SPAZIO DEI FLUSSI. Matteo Fraschini http://www.arcduecitta.it/2012/10/identita-e-riconoscibilita-nello-spazio-dei-flussi-matteo-fraschini/ http://www.arcduecitta.it/2012/10/identita-e-riconoscibilita-nello-spazio-dei-flussi-matteo-fraschini/#respond Wed, 10 Oct 2012 11:08:23 +0000 http://www.arcduecitta.it/?p=1383 TREELEAF TREELEAF Pietro Cataneo - Terzo Piero della Francesca - De prospectiva pingendi Durer

 

Spazio di flussi, città rizomatica, regione metropolitana; la dimensione e la scala delle relazioni spaziali e sociali attuali impone uno sguardo all’ambiente costruito che sappia sentire la complessità di questa struttura geografica articolata e collochi nella giusta posizione grande e piccolo, denso e rado, lento e veloce.

L’ampio sguardo che la metropoli richiede spesso tende a considerare il territorio come substrato, tabula rasa, su cui vengono innestati aste e nodi che, assemblati, compongono quella rete di flussi che descrive la struttura gerarchica del territorio stesso; in questo sistema il problema della relazione con il suolo e con la piccola scala deve essere considerato in maniera sinergica e complementare alla grande dimensione. I differenti modi di percepire l’ambiente (costruito) e di “stare” nello spazio ripropongono il tema della riconoscibilità/identità che si confronta con le differenti scale del progetto; se è possibile affrontare questo tema partendo dal concetto di Landmark esso ci pone alcune questioni nei confronti del progetto che richiedono nuovi strumenti operativi di gestione di forme complesse che permettano di definire un sistema quantomeno codificabile di caratteri tale da renderlo riconoscibile e “operabile”.

Una volta definita la dimensione e la scala, la distanza da cui guardare il progetto, e definito problematicamente il tema della riconoscibilità, non soltanto di “forme” complesse, ma dello stesso spazio costruito che deve avere il ruolo di orientare l’agire umano nelle sue innumerevoli forme, esso deve specificarsi e diventare carattere, o insieme di caratteri che definiscano identità[1] capace di mettersi in relazione e definire un sistema di pattern sovrapposti.

La metafora del rizoma per descrivere i fenomeni urbani contemporanei rende complessa l’idea di rete (staccata, aerea) come un qualcosa profondamente legato al suolo, radicato appunto, che permette la crescita puntuale di elementi simili ma diversi (identificabili) e profondamente connessi tra loro.

D’altro canto, le metafore/riferimenti organici all’architettura hanno sempre avuto grande fortuna permettendo di specificare numerosi concetti chiave che appaiono anche oggi particolarmente attuali riaffermando il problema fondante dell’identità/carattere all’interno di una dimensione globale che spesso fatica a trovare i suoi riferimenti multi scalari. All’interno di questa discussione che parte dall’immagine si inserisce un approfondimento che vede nella dialettica tra “tutto” e “parti” un qualcosa che si lega profondamente al dibattito contemporaneo sui procedimenti progettuali. Architettura come “gemmazione”, moltiplicazione di cellule, unità simili, ma caratterizzabili o architettura come organismo complesso, fatto di membra, ossa, sangue, ma anche di volto e carattere? Ovviamente la discussione non può che avere in questa sede che la volontà di aprire un dibattito, una discussione che è sicuramente vastissima e che affonda le sue radici in tempi remoti. Appare però contemporanea quando è evidente l’esigenza di capire e mettere in relazione le differenti scale di progetto, anche usando strumenti e “strategie nuove” nel tentativo di dare differenze, gradiente, carattere all’ambiente costruito, che non può essere pensato per parti autonome collegate meccanicamente.

 

 

Note:

  1. In psicanalisi, i. psicologica, il senso e la consapevolezza di sé come entità distinta dalle altre e continua nel tempo (dal Dizionario Treccani)
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CONTEMPORANEE FIGURE DI SPAZIO ARCHITETTONICO/URBANO di Matteo Fraschini http://www.arcduecitta.it/2012/07/contemporanee-figure-di-spazio-architettonicheurbano-di-matteo-fraschini/ http://www.arcduecitta.it/2012/07/contemporanee-figure-di-spazio-architettonicheurbano-di-matteo-fraschini/#respond Tue, 10 Jul 2012 17:04:48 +0000 http://www.arcduecitta.it/italia/?p=369 Agadir, OMA, Congress Center Foreign Office Architects Yokohama International Port Terminal USJ Campus de L’Innovation et du Sport, 109 Architects in collaboration with Youssef Tohme diller scofidio + renfro win aberdeen city garden competition OMA, Competition for les Halles Paris nuoro

I tre strati si deformano sovrapponendosi . il terreno modellato  e interrotto ripropone la morfologia medioevale pieno vuoto; i percorsi si fondono deformandosi, tra griglia ortogonale e pellegrini. Il tutto inciso nel terreno per rivoluzionare il rapporto tra figura e sfondo. E parla di rapporto figura figura. (P. Eisenman)

 

Nel contesto di una dimensione metropolitana dove la scala della stessa ha messo in discussione le figura classiche dello spazio pubblico appare importante portare l’attenzione sullo studio del landscape/paesaggio in questa fase ancora genericamente inteso.

Quando si parla di metropoli essa è frequentemente descritta attraverso i suoi tratti di spazio di flussi, di “netcity”, di strutturazione rizomatica. Pur volendo sostenere l’attualità questa lettura, appare fondamentale uno sguardo che riesca a sovrapporre a queste una dimensione più fisica, fatta anche di concetti spaziali, di tessuti e per l’appunto di territori. Un sguardo che tenda a riaffermare l’importanza e la centralità di un territorio (inteso come insieme/set di paesaggi) nei confronti della metropoli e che deve vedere costruito e non costruito, pieno e vuoto landscape e urbanscape come caratteri e elementi di un’unica realtà.

Una delle scommesse delle metropoli è appunto quello di individuare nel paesaggio  – residuale –  per l’appunto,  il collante alla scala umana di una realtà tenuta insieme troppo spesso solo dal mezzo meccanico caratterizzante la nuova scala “regionale” laddove non  appare più possibile individuare nelle figure urbane di piazza, viale, ma anche di parco urbano, il ruolo di “collettore” di situazioni, di ritrovo multietnico e multimodale.  In questo senso, si vuole ribadire la centralità del paesaggio, in questa situazione necessariamente e volutamente artificilaizzato come “between” e non solo come “buffer” cuscinetto o retro di altre, deboli centralità.

Nello specifico, parlare in questi termini di paesaggio può significare da una parte un’attenzione ad un carattere di continuità di fruizione e di vista  ma anche ragionare su una difficile relazione che in questa continuità si può individuare tra densificazione e rarefazione dello spazio e degli “stimoli” intese entrambe come elementi fondamentali della dimensione metropolitana. Da un punto di vista della scala regionale diviene fondamentale individuare gli strumenti di lettura e di interpretazione di una complessità delicata, da un punto di vista della scala architettonica diviene fondamentale un approccio che tenda a chiarire la complessità e il modo in cui questo elemento continuo di superficie diventi nodo tridimensionale.

Da questo punto di vista la progettazione architettonica si confronta in maniera nuova con l’estensione e introietta i caratteri propri del paesaggio nel proprio linguaggio arricchendosi e misurandosi con l’ibridazione tipologica degli spazi e le necessità strutturali che una tale operazione richiede.

In questa dimensione il suolo, l’orizzonte, diviene primo riferimento e termine di confronto della progettazione richiedendo una definizione chiara, anche se complessa, di ciò che sta sotto e ciò che sta sopra, di ciò che è pesante e ciò che è leggero…  Ogni elemento formale continua ad avere un suo codice etico di comportamento .

Superfici  praticabili divengono ad un tempo interfaccia (nuova facciata) e  involucro di organismi complessi, stratificati, che legano tessuti, reti e paesaggi.

Quello che possiamo chiamare una stratificazione di suoli praticabili dove l’immagine del paesaggio si combina e si confronta con il tema urbano, si innesta in continuità con una visone più estesa legata al concetto di morfotipo urbano (megastruttura/megaforma). La riproposizione di figure di spazio stratificate nella nostra cultura, ibridate all’interno di organismi urbani che ne reinterpretano il senso in un montaggio articolato, si arricchisce di nuove tipologie di spazio che possano mediare il rapporto tra l’esteso e il denso.

In quest’ottica vengono proposti alcuni contributi di questa sezione riaffermando la simultanea importanza di uno sguardo che tenda a vedere la continuità tra ciò che appare come costruito e ciò che è “vuoto”

 

 

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CASBAH + MECCANO. Michele Sbacchi http://www.arcduecitta.it/2012/07/casbah-meccano-di-michele-sbacchi/ http://www.arcduecitta.it/2012/07/casbah-meccano-di-michele-sbacchi/#comments Tue, 10 Jul 2012 16:56:31 +0000 http://www.arcduecitta.it/?p=55 Louis_Kahn_bath house_Trenton_1955 Mansilla_ Tuñón_Muse di arte contemporanea_ Leon_2004 Le Corbusier, case Roq et Rob, Roquebrune, Cap-Martin, 1949 Candilis, Josic e Woods, Freie Universitat, Berlino, 1973 Morphosis, complesso residenziale, Madrid, 2006

I principi di organizzazione dello spazio che regolano la casbah della città islamica sono stati con persistenza, dal Dopoguerra ad oggi, motivo di riflessione ed approfondimento per gli architetti.  Alcuni edifici contemporanei testimoniano che la sperimentazione su questo tema non è di certo esaurita.  Il complesso abitativo a Madrid dei Morphosis, il museo a Leon di Mansila e Tunón o le numerose opere di Sejima e Nigisawa, costituiscono ulteriori esercizi inscrivibili in quel filone in cui si annoverano edifici famosi come il Kimbell Museum di Kahn, l’Ospedale di Venezia di Le Corbusier, l’unità di abitazione orizzontale di Adalberto  Libera, oltre che, notoriamente, i numerosi esempi ascrivibili agli architetti del Team X, che fecero di questo riferimento un vero e proprio manifesto.  Non ci riferiamo qui, quindi, a quel fenomeno, seppur molto diffuso, per il quale l’architettura islamica e la casbah in senso più stretto, sono stati fonte di ispirazione stilistica.  In quel contesto le forme sono state attinte e replicate e scarsa è stata l’attenzione ai principi.   In maniera invece più profonda gli architetti sopracitati insieme a tanti altri hanno instaurato con la casbah un rapporto problematico, complesso, a volte anche ambiguo, ma denso di significato.  I principi essenziali della città islamica e cioè la crescita per gemmazione di cellule, lo sviluppo orizzontale, la complessità dei rapporti tra pieni e vuoti, la commistione – o addirittura fusione – degli spazi pubblici e privati costituirono una notevole e problematica presenza per chi lavorava nel rigore della ortodossia del Movimento Moderno.  Di questo difficile rapporto la vicenda di Le Corbusier è sintomatica: per lui la casbah era un modello perfetto di urbanistica:  ma tanto perfetto da essere intoccabile.  Ciò avviene nel Plan Obus dove, come ci ha fatto notare Manfredo  Tafuri,  la nastriforme architettura proposta accerchia “discretamente” la città storica islamica rinunciando a qualunque interazione. Ma il modello della casbah viene introitato nei suoi principi e diventerà, più tardi, matrice dei quello che può essere considerato il capolavoro di questo modo di intendere l’edificio, e cioè il progetto per l’ospedale di Venezia.

In quel progetto Le Corbusier porta a compimento una sperimentazione incessante sul principio della ripetizione di cellule voltate e sulla possibilità di generare spazi complessi nell’alternanza di queste cellule: le numerose realizzazioni con le volte catalane, Roq e Rob, la casa de Mandrot, la fattoria di Cherchell fino alle case Jaoul ne sono testimonianza. Ma il riferimento alla casbah non era nè per Le Corbusier né per gli altri  “puro”.  L’istanza tecnica, volta catalana o esigenza di economia costruttiva, era l’altro elemento del binomio. Generare l’edificio dalla iterazione di elementi semplici significava potere articolare l’esigenza moderna di edilizia standardizzata, unificata od addirittura prefabbricata.  La città islamica, orientale o africana, era quindi un modello che poteva articolare spazi pubblici ed edifici in maniera complessa ma permetteva anche di ipotizzare una economia di cantiere.

Un edificio più di ogni altro in quegli anni sembrò incorporare le due istanze: la Freie Universitat a Berlino di Candilis, Josic e Woods: “matrimonio felice  tra la casbah ed il meccano”, così come fu definito con una felice espressione di Bernard Huet.

Georges Candilis, aveva lavorato in Marocco con Le Corbusier partecipando quindi alla esperienza dell’ABAT, un tentativo di organizzazione edilizia basato proprio sui principi fin qui citati.  Ma Candilis Josic e Woods avevano, prima dell’edificio di Berlino, elaborato un famoso progetto per Francoforte dove si proponeva di colmare un vuoto bellico con un edificio “orizzontale” interrotto da numerosi piccoli cortili.

 

La loro sperimentazione veniva sì da Le Corbusier, ma era parte della grande riflessione che il Team X, ed Aldo Van Eyck in particolare, portarono avanti.  Fortemente influenzato da Levi Strauss van Eyck fece della rivista Forum l’organo ufficiale di quella teoria del dissenso rispetto al Movimento Moderno.[1]  Foto di insediamenti africani ed islamici, studi di quelle città e progetti illustravano come si potesse cercare nella grande densità, nella compattezza un rimedio ai problemi che gli spazi di risulta della urbanistica dei CIAM  avevano già cominciato a produrre.  In quegli anni una idea collaterale si venne a sviluppare, ad opera di Alison Smithson, era l’idea del mat building, quello che nell’infelice traduzione italiana sarebbe l’edificio-stuoia.[2] Un edificio che secondo una metafora tessile si genera secondo un ordito in cui si dispongono, ancora orizzontalmente i vari ambienti.  In questo la componente islamica si incontrava di nuovo quell’istanza tecnica che permetteva di fare “sposare” modello storico e prefabbricazione moderna.   Erano anni in cui a Londra un allievo di Buckminster Fuller, Cedric Price costituiva una figura carismatica di non poca influenza su tutto il gruppo dell’Independent Group.   Ma quello che Price era stato per gli Smithson era esattamente analogo a quello che Fuller fu per Kahn e attraverso la sua associata e moglie Anne Tyng.  Il centro di Trenton, la fabbrica Olivetti e soprattutto i vari progetti per il Kimbell sono esempi chiari di questo modo “meccanico” e “mediterraneo” di guardare all’edificio.

 


[1] R. Oxman, H. Shadar and Ehud Belferman, “Casbah: a brief history of a design concept”, in arq, vol. 6, n. 4, 2002, pp. 321-336.

 

[2] Cfr. Hashim Sarkis, Pablo Allard, Timothy Hyde, a cura di, Le Corbusier’s Venice Hospital and the Mat Building Revival,  Prestel Publishing, London, 2002.

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FIGURE ABITATE. Matteo Fraschini http://www.arcduecitta.it/2012/04/figure-abitate-matteo-fraschini/ http://www.arcduecitta.it/2012/04/figure-abitate-matteo-fraschini/#respond Sun, 01 Apr 2012 16:24:41 +0000 http://www.arcduecitta.it/italia/?p=390 Arona, San Carlone vista Interna Arona, San Carlone Aldo rossi, roma interrotta, 1978 06 07 liberty 01 02 03 04

 

 

 

 

Bigness: elemento architettonico a scala urbana o elemento urbano a scala architettonica?

Beyond a certain critical mass, a building becomes a Big Building. Such a mass can no longer be controlled by a single architectural gesture, or even by any combination of architectural gestures. This impossibility triggers the autonomy of its parts, but that is not the same as fragmentation: the parts remain committed to the whole. (…)

In Bigness, the distance between core and envelope increases to the point where the facade can no longer reveal what happens inside. The humanist expectation of “honesty” is doomed: interior and exterior architectures become separate projects, one dealing with theinstability of programmatic and iconographic needs, the other – agent of clisinformation – offering the city the apparent stability of an object. Where architecture reveals, Bigness perplexes; Bigness transforms the city from a summation of cortainties into an accumulation of mysteries. What you see-is no longer what you get. (…)

(…)Their impact is independent of their quality. (Rem Koolhaas, SMLXL)

Da una parte essa pone la relazione nuova e inedita col contesto principalmente visto come connessione di flussi dove la distanza è appunto misurata su scala temporale (nei differenti modi di percorrenza e fruizione dello spazio); dall’altra rivela una nuova relazione tra spazio interno e involucro (barocco – cubismo) dove l’incontro dei due mondi è una “messa in scena” una rappresentazione necessariamente parziale e enigmatica.

Questa relazione pone un nuovo modo di guardare al senso stesso di landscape urbanscape e “interiorscape”: una indeterminatezza/discontinuità fisica percepibile pone il problema di un nuovo contesto genericamente inteso che deve essere definito nei suoi ambiti concettuali e nelle relazioni di appartenenza/identità di una società complessa che abita una dimensione spaziotemporale estesa.

Se pensiamo al Landmark nella sua accezione di elemento architettonico alla scala urbana che ne acquisisce reinterpretandoli i caratteri tipo/morfologici ibridandoli) il parco a tema puo’ essere visto come elemento urbano che assorbe ibrida e reinterpreta nella netcity caratteri e elementi provenienti da differenti paesaggi antropizzati.  Come succede quando si acquisiscono, reinterpretandoli i caratteri di uno o più paesaggi?. la stratificazione/artificializzazione del suolo/suoli diviene il connettivo di questa complessità: Il cipset capace di dialogare e mettere a sistema ambiti differenti.

L’attualità architettonica ha posto alle radici della sua ricerca la complessità come riferimento che ha prodotto esiti differenti. La relazione tra pratica-procedimento artistico / regola diviene fondante.

Il paesaggio antropico si configura con set di scene montate su di un sistema complesso e multi scalare dove soglie membrane e diaframmi divengono i limiti e le definizioni di questi ambiti.

Il problema del riconoscimento di figure e schemi pattern che rendano leggibile la complessità appare cruciale; tale tema viene sviluppato e preso a riferimento in gran parte dell’architettura contemporanea così come viene posto dalle avanguardie artistiche del primo Novecento che mettono in discussione l’idea di un punto di vista unico e statico dell’oggetto superando l’identità tra oggetto e immagine. L’idea di simultaneità delle differenti visioni e in maniera più estesa l’introiezione del movimento relativo tra soggetto e oggetto all’interno della rappresentazione artistica pongono le basi per un nuovo modo di vedere l’arte e da li l’ambiente antropizzato.

Appare importante sottolineare la relazione, e quindi lo sforzo conseguente che viene messo in campo nel cercare la corrispondenza tra disegno (rappresentazione) e progetto.  Essa è in primo luogo un processo mentale e non puramente manuale/sensoriale  di sintesi e associazione, lettura e interpretazione che rende leggibile e comunicabile un concetto astratto ed il procedimento usato per raggiungere tale esito.

La ricerca sulla composizione/montaggio si attesta sul procedimento e sull’individuazione di un difficile confine tra regola organizzativa distributiva dispositiva (layers, diagrammi, parametrico) e arbitrio (gesto).

La Complessità e suoi strumenti di gestione, lettura e interpretazione ripone al centro la relazione tra  Regola e arbitrio tra Complessità nella sua messa in scena e pattern (schema riconoscibile)

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