Si diceva come le facoltà di architettura siano state in Italia, in modo più forte che in Europa, e specie dagli anni sessanta agli ottanta, centri di elaborazione culturale e progettuale e di costruzione di pensiero; centri di promozione di nuovi rapporti tra saperi universitari e professione, sulla quale v’è stata influenza diretta; centri di sperimentazione di una pedagogia e di una didattica originali, fondate su nuovi rapporti tra studenti e professori; centri di approfondimento di ricerche e di proposte che hanno influito sulle politiche locali, ma anche su quelle nazionali e sulla produzione legislativa. Da dove veniva e da cosa è dipesa un’esperienza tanto diversa da quella di facoltà appartenenti ad altri campi disciplinari? In parte da una radicata tradizione di sinistra nella cultura architettonica e da una sua relativa egemonia, da una sua controversa ricerca di impegno nel sociale. Per un’altra parte è dipesa da un passaggio generazionale nel mondo accademico degli anni sessanta, che ha rinnovato le logiche del progetto e spostato l’interesse verso la città. Infine (e soprattutto) è dipesa dallo scontro e incontro del movimento politico degli studenti con gruppi di docenti e con un quadro di cultura, dando luogo a impostazioni alternative di lavoro nell’università. È stato un tentativo ricco, da non idealizzare, alla fine fallito, ma gravido di conseguenze. Tra di esse, quella per cui la scuola è uscita da un’impostazione tradizionalmente professionale, per riportare i problemi tecnici e inventivi dell’architettura a una dimensione intellettuale. Le sedi in cui questa esperienza si è svolta con intensità e continuità particolari, sono state Venezia e Milano. Venezia più densa culturalmente, soprattutto per le politiche illuminate di vari suoi rettori, meno attraversata da contraddizioni, più chiusa in un sistema di convenzioni e formalità nella gestione dei poteri. Milano più plurale, meno istituzionale, spesso bloccata in un sistema interno di opposizioni e di contrasti.

Se le facoltà o scuole di architettura hanno per buona parte perduto il loro ruolo, è anche per la proliferazione e degenerazione che hanno vissuto negli ultimi decenni. Erano 7 negli anni sessanta (Torino, Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo); si sono moltiplicate sino a 24 nell’arco di trent’anni, per moltiplicazione localistica e clientelare e con bassi livelli di insegnamento[1]. Sono diventati addirittura 51 i corsi di architettura e ingegneria appartenenti alla «classe» 4/S, quella cioè «delle lauree magistrali in architettura e ingegneria edile». La responsabilità di questa proliferazione incontrollata è da attribuire sia alla classe accademica che alla classe politica centrale e locale, che hanno operato in base a interessi diversi, ma in regime di complicità. La conseguenza è stata l’esplosione, oltre ogni ragionevole misura, del numero di laureati, maggiore che in ogni altro paese e pari a circa un terzo dei laureati di tutti i paesi europei[2].

Ma v’è stata insieme una provincializzazione dell’insegnamento, per la quale un numero alto di studenti studia nella propria città o nel proprio distretto, scegliendo la scuola per la vicinanza al luogo di residenza, anziché per i contenuti e gli orientamenti di cultura. Inoltre, in rapporto ad altri paesi europei, sono in percentuale pochi, rispetto al numero di abitanti e di studenti, quelli che vanno all’estero con il programma Erasmus (23.373 nel 2011), e pochi quelli accolti dall’estero. Ciò significa l’avvilimento dei livelli di preparazione e l’insufficienza del corpo docente di molte sedi. Significa aver predisposto il terreno a provvedimenti autoritari e aver loro fornito un sistema plausibile di giustificazioni.

 

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[1] Le facoltà o scuole di architettura sono 24: Torino; Genova; due a Milano; Venezia; Trieste; Parma; Cesena; Ferrara; Ascoli Piceno; Firenze; Chieti; due a Roma; due a Napoli; Bari; Matera; Reggio Calabria; Siracusa; Enna (la sola privata); Palermo; Cagliari; Alghero.

[2] Il numero degli architetti italiani iscritti agli Ordini provinciali è esorbitante, e il 31 dicembre 2008 erano 136.186. Il «Rapporto 2013 sulla professione di Architetto», realizzato dal Cresme e dal Centro studi del Consiglio Nazionale degli Architetti ppc (pianificatori, paesaggisti e pianificatori), parla del «sovradimensionamento degli architetti italiani rispetto la quota europea: mentre la media europea del numero di architetti si aggira intorno ad 1 ogni mille abitanti, in Italia la media è intorno a 2,5 architetti ogni mille abitanti, per un totale di 150.000 professionisti che rappresentano il 27% del totale europeo (quasi un terzo di tutti gli architetti europei!). Per intenderci, la Germania, il secondo paese in Europa per numero di professionisti, conta circa 100 mila architetti, mentre Francia e Regno Unito circa 30 mila».