PER IL PROGETTO TRA SCUOLA E CONTROSCUOLA.

1.
TABELLAArchitettura, storia del presente tra passato e futuro. Una storia per il progetto d’architettura.
Per la periodizzazione dei paradigmi di semiologia architettonica.
Senza cronaca non c’è storia. Senza giudizio neppure. Nel giudizio sulla cronaca basa la storia. E nel dibattito sul giudizio si maturano scelte strategiche che fanno storia.
Qui sta il mio studio della cronaca degli eventi degli anni sessanta giudicata da chi li visse a vent’anni quarant’anni dopo circa nel 2002. Appartiene alla cronaca, come opinione di un milanese, vent’anni dopo, quel dibattito pubblicato. Mi piacerebbe avviare così un nuovo dibattito che apra all’oggi ciò che avvenne nel seguito. Non solo tra gli stessi che vissero da “grandi” il seguito di quella iniziazione, ma da coloro che vivono oggi avendo raccolto il testimonio da quella generazione.
Non so se si possa. Comincio dunque da qui.
Allora, la scuola perse d’autorità, all’atto di una divisione. Lo dice bene Nicolini. Raccolto in un libro.
Si è trattato di un ricambio generazionale che coincise con lo scontro irriducibile tra diversi modi di affrontare la modernità impersonati da autori di diversa età. Da un lato messi a confronto con l’evoluzione della produzione industriale e l’avvento della grande scala irriducibile alla concezione tradizionale classica della produzione architettonica e urbana, dall’altro con il conflitto tra l’imperativo moderno di non ipotecare la ricerca con vincoli fuorvianti della tradizione ed il dovere di tramandare la “lezione” di un patrimonio bimillenario fertile nei secoli.
S’impose un confronto con la modernità nella sua discontinuità irriducibile con il paradigma classico.
Parlo di chi entrò alla Sapienza in quegli anni per imparare il mestiere dell’architetto ed incontrò un irriducibile conflitto generazionale, di merito e di metodo tra i professori nella cui reciproca esclusività la scuola perse d’autorità. Lo dico di nuovo con le parole di Nicolini
Quella generazione di studenti dovette reagire ed inventò un blasone per esprimere la distanza presa da quella scuola e l’urgenza di trovare una propria originale direzione di ricerca (tendenza nell’accezione inclusiva di Moretti prima di quella esclusiva di Rossi): controscuola. Nell’assumere il termine come adesione all’imperativo di aderire al proprio tempo moderno: quello di non ipotecare la ricerca con i vincoli fuorvianti della tradizione, ne segnalo i limiti. Della modernità fu scelto come autore Luis Kahn. Nelle parole di Antonio Pernici: Poi dall’America emerse Louis Kahn e nella critica italiana l’altro genio piranesiano di Manfredo Tafuri. Nel nome di Piranesi accomuna i due autori. Indica, così il modo in cui fu intesa la proposta di Kahn, come simbolica figurativa gravida di riferimenti all’architettura romana antica. Anche come critica del funzionalismo e dell’international style. Ma non colta nella accezione Kahniana anti funzionalista per contrapporre lo zeitgeist di un diverso approccio alla modernità – un’integrazione diversa tra composizione costruttiva e dispositiva ai fini di istruire e sostenere l’icona di una istituzione tipologica – non funzione – amministrativa, scolastica o altro (biblioteca università o parlamento). Di Kahn si prese la novità figurativa contrapposta alla assenza di figuratività dell’architettura funzionalista, non l’adesione al movimento moderno che implica, ormai, nella scelta di progetto la strategia del processo, istruita da una tensione teorica (inquietudine, secondo Moneo, perché motivata dalla ricerca di una strategia, non dalle sole regole). Fu possibile, perciò, distogliere da Kahn l’attenzione, come fosse stata una moda. Solo Umberto Cao, forse, ebbe sentore che fosse stato un errore. E titolò il suo contributo: parricidio.
Oggi non si può esercitare il progetto nel modo premoderno, come se si potesse tornare alla ignoranza antica. Quando si poteva credere in un sentire privo di vincoli, perché in tale spontaneità si manifestava un dio.
Si può esercitare il progetto, oggi, solo nella coscienza d’appartenere al tempo odierno. Come già detto nei termini di Moneo. Che ci ricorda di stare partecipando ad un ricambio paradigmatico ormai sempre in itinere. Forse, perciò, si dice movimento moderno. Che impone ad ogni autore, il compito di aderire ad uno zeitgeist, che ha un debito con l’azione futurista del passato prossimo, il quale impone d’essere capita ed orientata all’istanza presente. L’oggi vissuto, infatti, fu genericamente presentito come “non ancora” di cui si precostituì il potenziale. Il quale potenziale, venuto alla verifica dell’attualità, è giudicato nel vissuto come proprietà conveniente o no. Rogers chiamò questo fatto utopia della realtà. Il rifiuto di questo termine a favore della metatemporalità dell’archetipo, ha costituito e costituisce l’ interrogativo della nostra generazione: l’inquietudine teorica. Essa però, nelle parole di Moneo, contiene un monito: restare agganciato, ogni teorizzare, all’opera costruita. Mantenere legato ad essa lo studio del contributo al processo di chiarimento paradigmatico. Il contrario di ciò che fece Tafuri. Il rinnegatore sottilissimo di progetto e utopia; nei termini di Terranova, che condusse l’intera generazione nel vicolo cieco dell’ antiprogetto quindi di una teorizzazione narcisista ed autoconsolatoria.
Torno al blasone di una controscuola che dichiara necessaria la autoformazione mentre si confronta con la scuola. Ribadisco il blasone con l’intento di distoglierlo dall’antiprogetto in cui incappò. Ho detto del rinnegamento di Tafuri che non posso trascurare l’impatto che ebbe, – nella sinergia con Rossi -, sulla cultura architettonica internazionale del secondo dopoguerra. Ho già acennato alle derive dell’esposizione del ’78 Roma interrotta che contribuì ad accreditare il posmoderno come liquidatore della lezione di Roma; come se la lezione di las Vegas ne avesse il potere. Accenno al disegno, la pratica artistica sinergica all’architettura in cui tra gli archetipi di Rossi e le operazioni di Purini, si tenne viva in Italia, la scienza architettonica e l’arte seppure troppo esclusivamente ridotti al disegno.
D’altra parte la lezione di Roma non si lascia intaccare da Learning from las vegas. Soprattutto se mostra la sapienza di una sintattica urbanistica testimoniata dalla carta del Nolli così lontana dai paradigmi antichi e, d’altra parte ispiratrice, nello studio strenuo degli antichi, di un paradigma originalissimo che a sua volta fu imitato nella crescita settecentesca delle diverse città europee. La lezione di Roma è al cubo. Da un lato presuppose lo studio delle rovine di Roma, dall’altro, come invenzione originale, tardorinascimentale, concepì e realizzò il primo paradigma moderno di urban design, il disegno della Roma seicentesca. Il disegno divenne “testo di studio” sostituendo la costruzione, che oggi, è diventata di nuovo oggetto di analisi (certo senza rimuovere il disegno, anzi esaltandolo). Infine, rilievo, restauro, progetto di verifica o sovversione paradigmatica moderna, sono un tutto sinergico. Si può cercare di delimitarne un campo per approfondire domande indifferibili come quelle del restauro antipalladiano. Non teorizzare l’esclusione di tutto quanto non collimi con i temi del campo ritagliato. A suo modo Roma interrotta ha contribuito a tale esclusione del progetto, mostrando il convergere della cultura romana degli anni ‘60/’70 sull’antiprogetto come condizione di teoria.
Ricordo le parole di Argan. Tanto pregnanti nel riflettere sull’implicazione di immaginazione progetto in un cambio radicale di mira, quanto censorie del progetto. Preconizzando, così la deriva sterile che condusse in un recente passato gli architetti italiani, nel vicolo cieco, da cui non sono ancora usciti.
La discontinuità epocale che inaugura la modernità non è una scelta arbitraria autoreferenziale. Né si è affermata contro il passato per una motivazione di gusto. Ma perché è stata costretta da ciò che si era determinato a trovare un modo di implicare fenomeni precedentemente ignoti e incompatibili con la struttura sintetica pregressa.
Non si può sospendere l’esercizio della competenza di abitare costruire che reclama il progetto.
F. Choay, la studiosa d’urbanistica che ha trattato di semiologia urbana negli anni ’60, ha esposto le ragioni delle discontinuità epocale nei suoi articoli di Architecture d’haujourd’huis e nel libro Espacements , del ’73; nella conseguente periodizzazione, del tutto architettonica, anche se conscia del debito con Foucault, e della problematica della semiologia linguistica di Bienvéniste e Chomsky, propose la prima perodizzazione strutturalista, qualificando il carattere di ogni paradigma come, espace: espace de contact (medioevo), espace de spectacle (illuminismo) espace de circulation (ottocento) ed espace de connection (novecento). Il quale tema, trattato in un successivo testo è oggetto del saggio di Desanti che ne tratta, da filosofo della scienza, entro una periodizzazione dei paradigmi molto esauriente. Della rilevanza di tale periodizzazione si è parlato nello scorso numero 5 di Arcduecittà. Perché gioca un ruolo essenziale nella teoria delineata da Lorenzo degli esposti in Operazioni.
Concludo tornando al problema del divorzio della storia dal tempo vissuto/da vivere umano e sociale.
Per affrontare direttamente il tema, nel divorzio tra momenti reciprocamente implicati nella sinergia del vissuto che è, malgrado la parola declinata al passato piuttosto tempo da vivere. Parlo di una scissione nel tempo interno. Del sentire sé stessi nel mondo come azione che “occupa” un tempo d’azione che è tempo interno sinergico ad un tempo esterno. È la condizione del cooperare uomo e mondo insieme. Come tale avvertita fin dalle soglie del XX secolo come “primario”. Perciò è più pregnante, a proposito del tempo parlare futuristicamente di da vivere, piuttosto che di vissuto. Il diverbio è del tutto interno alla cellula temporale “presente” nel momento stesso, da un lato da vivere e dall’altro da mantenere per giudicarne del bene/bello. Attendendosi che il “da vivere”, conferisca al vissuto una carica di potenziamento o depotenziamento intenzionale che intona a rifiuto o ad attesa il momento stesso. Trascurare questo diverbio è sintomo di impotenza ad affrontare ciò che capita. Smarrimento totale della realtà nella tensione tra somatico e mentale nell’azione. Ricordo di nuovo la massima coniata da Rogers: utopia della realtà.
Avrebbe potuto sembrare che Tafuri fosse in sintonia nel suo testo d’allora, Progetto e Utopia, nel dichiarare la sua strada per il progetto. Non perseverò, anzi prese le distanze. E si volle esclusivamente storico. L’abiura fu esemplare. Inaugurò un cambio radicale. Nei termini di Petreschi: La critica al progetto, prese il sopravvento sul mestiere colto dell’architetto.
Concludo con un’aforisma di Antonino Terranova.

“Una data per tutte, intanto: nel 1967 il celebre concorso per la nuova ala della camera dei deputati si risolveva in un nulla di fatto.
Vinceva il più facile “non fare”, l’ala antiprogettuale, che vedeva oggettivamente alleati Italo Insolera e Manfredi Tafuri.”
“Che cosa accomunò quei due studiosi così differenti il critico moralista di “Roma moderna” ed il rinnegatore sottilissimo di “Progetto e Utopia”?
“Che cosa condusse noi dietro il pifferaio magico dell’ideologia dell’antiideologia progettisti senza progetto e con un pugno di mosche di teorie di autoconvalida o autoconsolazione?

Lascio aperte le domande di un giudizio severo. Perché chi lesse i libri di Tafuri ne trasse nuovi stimoli al pensiero del progetto incurante dell’ interdetto di colui che si volle storico puro.
Ho contestato l’interdetto e ho studiato e insegnato le tecniche del progetto.
Ho anche avviato lo studio dei ricambi paradigmatici lavorando i testi di Foucault, della Choay di David Graham Shane. Infine di Desanti, che ho trovato davvero illuminanti.
So che, ad un percorso della conoscenza, necessario per insegnare, occorre, oggi, compiere studi di questo genere. I quali, conoscendo il rischio della strategia del progetto, sanno le opposte ragioni di scelte divergenti. E ammettono la compossibilità di entrambe senza pregiudicare la propria. Rispondono così all’aspettativa di Laura Thermes che interpreto così: risarcire le lacerazioni che esautorarono la scuola. Sostenere la sfida della controscuola con la promessa di saper imparare da entrambi.
***
*
Gli anni del progetto di sé, quando vengono riportati alla memoria, offrono molte sollecitazioni.
Pier Paolo Balbo.

2.
Per non lasciare senza un contributo positivo questa indicazione. Accludo una tabella che inquadra la scansione temporale della Choay che ho elaborato per introdurre il laboratorio di progettazione architettonica e urbana. E più precisamente il concetto di biografia urbana che colloca appunto il progetto come opera di metabolismo urbano; la quale inserisce nel contesto urbano locale il cambiamento cellulare del tempo di funzionamento urbano che concreta un ulteriore momento nella biografia urbana.

Avendo introdotto la mia tabella, affermo che nel diverbio continuità/discontinuità proposto da Pernici, La modernità inscrive nel seguito del tempo vissuto dalle società, e così memorizzato Husserlianamente, – come cronaca inobliabile che viene studiata per l’oggi, nella prospettiva dell’aspirazione al meglio o anche solo ad altro da giudicare per comparazione -, la storia ripropone – come necessità di rammemorare il vissuto, per l’esistenza – la discontinuità. Di una scelta e di una strategia. Non di interrompere la successione delle generazioni. La sincronia dei molti progetti che coesistono nell’opera che apre il futuro. E la diacronia dell’insieme nel seguito. Perciò è entro un contunuum, che avviene la discontinuità.
Quindi la mutazione avviene nella storia. E lo si percepì subito nel corso della prima guerra mondiale e della rivoluzione che ne segnò l’effetto. La caduta degli imperi, la rivoluzione russa. La democrazia nel socialismo in Europa. Così si annuncia il confronto con la memoria del passato, come “presa di distanza”. Perciò lo scontro tra modernità e tradizione nel corso della seconda guerra mondiale. E, nel seguito, affermatasi in generale la presa di distanza dal passato, il confronto e l’analisi del passato di cui si scopre l’indispensabile presenza proprio nella autocomprensione ed affermazione della “presa di distanza”.
Nel mantenere il riferimento al testo di Rassegna propongo una serie di citazioni che confermano interrogativi e strategie degli architetti romani.

Siamo chierici o no ? Julien Benda nel libro del ’28 “Il tradimento dei chierici” sollevava già allora la questione, se l’uomo di cultura debba impegnarsi nella vita politica oppure no. Non ci interroghiamo più sul ruolo dell’intellettuale, quello che negli anni venti Antonio Gramsci individuava nell’intellettuale organico. Il tradimento compiuto dai chierici è oggi quello di essersi trasformati in intellettuali impegnati solo nel proprio particulare.
Ma forse sono andato completamente fuori argomento, anche se quel tema è parte integrante della mia formazione negli anni sessanta, quando, ancora studente, ho sentito la necessità di uscire da una facoltà rimasta chiusa e tradizionale non ostante la presenza di nuove figure. La rottura della continuità, per me, è stata l’uscire da quel mondo accademico romano.
Giorgio Ciucci.
Innazitutto, la scelta è stata per la rottura della continuità, nella controscuola che ha concretato l’uscire da quel mondo accademico. I giovani romani del secondo dopoguerra, hanno inventato l’insegna della discontinuità nuova: controscuola.
Il tema era infatti la scuola . Non la pratica del mestiere. La scelta non fu, quindi per la modernità senza condizioni. Ma, in qualche modo, si è trattato di una scelta condizionata. Tuttavia io non prendo controscuola in tale accezione. Ma nel senso letterario. La controscuola indica aperciò il modo in cui l’allievo segue la scuola mentre apprende. Nel caso della scuola romana degli anni ’60, ho capito che non poteva mancare una seconda contrapposizione: contro l’esercizio della professione. Occorreva, forse, allora, per perseguire l’impegno ad approfondire il “linguaggio” dell’ architettura, alle parallele della memoria, citando l’Argan di Roma Interrotta. Fu l’impegno che tenne insieme gli architetti italiani a livello nazionale ed internazionale: lo studio interdisciplinare sul linguaggio, sulla semiologia, sulla ”teoria dell’informazione, nei termini della Muntoni. Il contrario dell’insegnamento nella scuola d’allora. Il tema centrale della modernità, nel bene e nel male. Perchè portato metastorico e strutturalista dell’esercizio della competenza di costruire/abitare. A sua volta l’angolo realista della scienza che si tiene prossimo alla concretezza esistenziale per riprodurre di generazione in generazione il risveglio della ricerca a partire dall’estrema ignoranza, mi invita a restare agganciato alla mia disciplina che mantiene legati gli uomini alla loro corporeità concreta mentre si interrogano di ciò che ne è il più lontano. Ma gli uomini muoiono e nascono. Occorre loro la casa e la scuola. Solo così, mentre si mantengono in vita, si possono interrogare dell’oltre. E della scienza. Pensando così le condizioni di una controscuola che a sua volta sempre ri_nasce insieme alla scuola. Mrntre studiavo il libro di Purini, ho appreso che, mia volta, ho appartenuto alla controscuola. Alla quale, penso, di avere, persino contribuito, rimossa la censura all’esercizio del mestiere che non si può sostenere, da architetti.
Lo stesso Purini che, a suo modo la professò, ne ha dimostrato l’impossibilità. Costruendo la sua torre non lontano dall’EUR. Mettendo a frutto, nell’esercizio del mestiere, la ricerca sulle possibilità espressive del disegno, facendone l’operazione principe del pensiero, del suo pensiero.
Proseguo, quindi, la mia ricerca per Arcduecittà, come sapiente di una scuola che ospita una controscuola, che s’interrogano sulla modernità,
E comincio con l’aforisma:
Costruire per abitare dice il filosofo. L’architetto lo pratica e comunica nella costruzione stessa.
C’è una sapienza che non si elabora ed espone verbalmente ma nella operazione tecnico artistica di progettare/ costruire _ comportarsi circospettivamente nell’abitare il mondo.
Saperla elaborare e decifrare è una facoltà umana che i linguisti (Chomsky) chiamano competenza.
Françoise Choay, nel pensare l’urbanistica per l’architettura, l’ha distinta dalla competenza di parlare come
competenza di abitare/costruire il mondo. Si tratta di un esercizio “fattuale” o di manifattura. Oggi industria. Nell’interazione con un’area terrestre, si espone un fatto. L’interazione è una sorta di collaborazione dissimmetrica di cui l’uomo è attore. Ma il mondo che sembra “passivo”, impone, invece , il come, non direttamente ma per intuizioni. L’uomo dunque è due volte attore passivo nell’intuire, attivo nell’operare secondo le regole dei processi naturali intuiti. Cioè tecniche d’azione efficaci.
Riassumo tutto ciò in un nuovo aforisma.
l’architettura struttura il campo d’azione, in base ad un saper fare esposto nel fatto. Il fatto, l’opera, qualifica il campo d’azione indicando il duplice intorno prossimo e remoto, o le proprietà, convenienze all’azione. Le comunica, così, in sito e situazione, a chi lo frequenta come campo d’azione per abitarlo.

A scuola ho incontrato Le Corbusier come esempio di tale fatto. Dunque ho studiato le Corbusier. In quel limbo che furono gli anni sessanta prima della radicalizzazione politica ci fu, solo per un lustro, lo spiraglio di “scuola”, persino con una bozza di progetto impersonato dal preside De Carli nell’alleanza con Finzi. Parlo di una scuola di ingegneria_architettura. Del resto è l’epoca dei grattacieli: Velasca e Pirelli, per i quali, la professione esigeva la intelligenza della forma dei di Nervi, Danusso come anima statica della forma. L’insegnamento dell’ingegneria occorreva all’architettura per formare un ingegnere_architetto. Come occorre oggi. Anzi, oggi più che mai. Poi c’è stato il ’68, in virtù del quale si ritenne per un certo periodo (e lo ritennero in molti, ed è stato un marker generazionale) che in alcuni frangenti storici, gli strumenti tradizionali della disciplina, (la matita, il disegno, etc.) debbano essere sostituiti dalla politica e dalle sue forme espressive specifiche. Lo dico con le parole di Sergio Pietruccioli che valgono per tutti. Anzi, per noi milanesi più che per altri. Penso a De Carli che scelse la politica. E pagò a caro prezzo la scelta. Mentre era stato l’anima teorica e artistica di “stile”, la rivista egli anni ’40. Devo tornare a quel momento, agli anni ‘40/’50. Gli anni sessanta a Milano sono esito di quegli anni, tra guerra e dopoguerra. Devo tornare alle riviste “Stile” di Ponti e “Spazio” di Moretti. Quando la teoria dell’Architetura era al centro degli interessi milanesi. E La triennale di Milano era centro di aggregazione internazionale. Allora si incontrarono qui Le corbusier e Wittkower. E quell’incontro fu fertile per la ricerca dell’architettura. Dicendo di quelle riviste non cito Casabella di Rogers, che Tintori ricorda bandì gli antagonisti. Ponti per primo, Muzio e gli altri a seguire. Ricadendo nel vizio italiano: fare del rivale il nemico. Come fecero i suoi epigoni: Rossi e Tafuri. I quali siglano il contributo italiano all’architettura di fine secolo scorso. Senza poterli dimenticare, rispetto a loro faccio un passo indietro. Compio un atto d’anacronismo. Intenzionale. In Italia si era creata la condizione per poter parlare di armonia come anima della bellezza. Materia lavorata nel suo verso e numero. Mi occorre tornare alla temperie d’allora, un’aura dell’anima che pensa nel sentire. La collaborazione tra Ponti e De Carli l’aveva saputa evocare attraverso la loro rivista, Stile, alla quale tutte le competenze delle arti contribuivano. Penso allo spazio primario, lo spazio del corpo che solo la mente partorisce affinchè nascano tra natura e mente corpi abitabili. Penso, quindi alle riviste degli anni ‘40/ ’50 ed alla IX Triennale. All’incontro tra Le Corbusier e Wittkower. Avvenne a Milano, alla triennale, allora. 1951. E si rivelò fertile; nel seguito determinante per la scola. Dette alla Matematica della villa ideale di Rowe l’abbrivio necessario ad essere riconosciuta nel mondo cosicchè, rggiunto il cuore dell’America profonda, il Texsas, colà fu chiamato per avviare l’esperienza di Austin che perciò è stata chiamata opera di Texas rangers, per significarne l’ appartenenza, a pieno titolo, all’american dream. Parlo della riforma della scuola. Colà controscuola operante. Inventava un’ alternativa, contemporaneamente all’Ecole des beaux arts ed al Bauhaus. Una doppia rottura: con la tradizione della maschera e con la modernità della tabula rasa. Contro Mies. L’autore della modernità e della scuola d’architettura moderna, il bauhaus. L’artista_scienziato. Che si esprimeva solo attraverso l’opera. La cosa stessa. Colui che un architetto non può dimenticare.
L’atto d’anacronismo che compio, trascurando Rossi e Tafuri, lo attuo, però, nel ri_cominciare dal Le Corbusier di Precisions, le lezioni sudamericane del ’33. Non risalgo all’Esprit nouveau, ma all’identificazione del megalite di Bretagna, con il “cubetto” il cui esempio magistrale è la maison a Garches. Senza tale identificazione non si capisce l’archetipo rossiano. Con questa intuizione teorica, Le Corbusier torna alla cosa stessa. Dice in modo magistrale e artistico ciò che Mies aveva fatto. E va oltre Mies. Dice della novità dellamodernità, la cosa stessa, nel suo luogo naturale
quello in cui fonda, onde al fatto, la cosa costruita nel suo luogo, la natura stessa non manca di porre dietro uno skyline. Dice del congiungersi naturale di natura e scienza, energia statica nella cosa che si eleva ad intercettare l’orizzonte. Intuizione primaria.
In una parola, scopre di nuovo l’intuizione primitiva. Ne fa principio dell’arte. Fondamento semiologico.
Rimontare al megalite archetipo, indica il “concetto” di mondo nel fatto (megalite, opera umana ) che incrocia l’orizzonte (skyline, dato dal mondo) sintesi intellettuale di opera e realtà naturale. Angolo retto al livello dell’occhio. Intuito dalla mente e verificato dal mondo. Dicendo che oggi il suo cubetto architettonico è alter ego di quel megalite, che fu angolo retto, origine di tutte le misure e principalmente del tempio greco per antonomasia, il Partenone, si confronta con i prodotti del passato sul piano strutturalista o matastorico, quindi del fondamento della comunicazione dei concetti nei fatti.
Non si può dimenticare questa intuizione lecorbusieriana. Solo ri_partire.
Senza, infatti, non si capisce la riflessione semiologica di Louis Khan sull’architettura. Né, la sua ascendenza all’architettura romana, e non a quella greca. Né si può accettare la estrema semplificazione di Bob Venturi. Ridurre alla sensibilità immediata, qualcosa che appartiene all’intuizione intellettuale. Certo non può mancare la sensibilità immediata. Ha ragione Venturi. Ma non basta. La mente che deve sentire e vedere.
Torno a Le Corbusier. Torno alla preoccupazione semiologica in architettura. Allo strutturalismo architettonico. Torno all’architettura romana nel diverbio con quella greca. È stato il tema di Moretti.
Non voglio però tornarci a partire dal settecento romano né dal gran tour. Ma da Le corbusier che scopre l’archetipo e la scienza del linguaggio architettonico. E, dopo aver coniugato promenade architecturale, tracées regoulateurs e pilotis per distanziare i plancher èclairèes, scopre la coniugazione “brutalista” di materiali grezzi e armonia dei numeri. Che infine Louis Kahn predilesse.
Ma nell’era di Kahn un altro aveva visto questa coniugazione: Moretti, appunto. Moretti, l’aveva vista nell’ eleganza del materiale lavorato nel suo verso, affinchè la statica e la perfezione della forma sotto la luce, potesse prevalere.
Dovunque potè risplendette la sua novità, oltre lo stile internazionale, oltre la maniera italiana e milanese.
Del resto gli architetti italiani studiano gli autori senza sognarsi lontanamente di copiare. Lo dice bene Petruccioli:

Io, che nel corso degli studi , ho fatto riferimento a Luis Kahn, affidandomi a lui come ad un maestro capace di indicarmi la strada coerente che collega la riflessione progettuale alla concreta costruzione dello spazio, mai ho pensato che Kahn, (sarebbe stato tra l’altro molto singolarmente contraddittorio) esercitasse su di me questo magistero per motivi di affinità ideologica o di identità di obbiettivi eticosociali.


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