Ho parlato del barocco come scoperta della “diversità del proprio tempo” (il seicento) dall’antichità e dal passato prossimo: una novità che la chiesa romana, fece propria al tempo della controriforma. La estrasse dal tempo dei vissuti e la fece interprete del proprio sentimento metafisico_religioso del tempo.

Furono i cultori della riforma coloro che capirono il valore rivoluzionario della geometria albertiana. Non tanto come albertiana ma come intelligenza dello spazio ideale. Essi diressero l’impiego di quelle scoperte/invenzioni, all’indagine  scientifica.  E gli architetti andarono man mano dimenticando l’origine scientifica dei loro strumenti di progetto.

Sto parlando degli anni trenta del seicento. Degli anni nei quali Borromini si libera della soggezione a Bernini. Ma anche degli anni in cui Galileo è costretto all’abiura e Cartesio diviene l’alfiere della scienza moderna.

Galileo e Cartesio, infatti, scoprirono la “natura” matematicogeometrica dello spazio ideale o virtuale e la logica sistematica che ne elabora mentalmente il sistema.

Perciò la scoperta quattrocentesca evolve del tutto al di fuori della prospettiva ri_nascimentale, intenzionalmente restauratrice dell’antichità.  La sua novità s’impose al mondo come principio della scienza. Penso ad una genealogia che da Galileo procede a Cartesio, Leibnitz, Kant.

Non intendo procedere sul tema della scienza.

Intendo solo guardare le scoperte/invenzioni d’allora da questa posizione della posterità che non fonda più di tanto sulla ri-nascita della cultura grecoromana. E comprende, invece, sempre di più la novità delle scoperte che inaugurano l’umanesimo. Assumendo tale punto di vista si chiarisce perchè Alberti non intenda più il pensiero di Vitruvio. Si aspetta, forse, che l’autore latino risponda alle sue nuove domande.

Nel tributare il debito riconoscimento a Françoise Choay per la lettura originale del trattato albertiano fatta ne La Regola ed il Modello, e perfezionata  nel testo che redasse in occasione degli atti del seminario Ragioni della storia ragioni del progetto tenuto al Politecnico nell’85 e pubblicati dalla editrice universitaria Clup Milano – poi integrato nella seconda edizione di La Regola ed il Modello –, devo procedere oltre la sua preziosa intuizione che illumina la difficoltà o meglio l’impossibilità di Alberti di capire il trattato vitruviano. Perché da questa incomprensione sorge l’invenzione originale che procede dalla scoperta di Brunelleschi e viene esposta nel De pictura. Ivi l’autore latino non è neppure citato. Invece è esposto il principio della sintesi di geometria e numero nella relazione biunivoca dell’osservatore e della cosa osservata entro i vincoli logici che postulano la doppia proiezione all’infinito punto estremo dell’allontanarsi delle cose del mondo ed all’infinitesimo punto occhio che riceve nel più vicino il più lontano.

Nel De Re Aedificatoria,  l’umanista Alberti accetta  che l’autore latino non possa rispondere ai suoi interrogativi.  Postula l’operazione mentale che l’architetto deve compiere nel pensare la cosa per il mondo e scopre il compito di dovere definire i fondamenti di una scienza di questo atto mentale, di fatto nuovo. È la concinnitas, ed i tre concetti che ne costituiscono norma: numerus, finitio, conlocatio. Sono norme costitutive  della sintesi dei concetti separati di matematica e geometria connessi necessariamente con la disposizione rigida delle posizioni nell’unità che qualifica il nuovo concetto di spazio. Che non deve essere confuso con quello preesistente: la coesistenza simultanea dei luoghi. La nozione albertiana di spazio del mondo viene portata su di un piano altro che ne intuisce la struttura interna, penetrandola bensì a partire dalla percezione, ma non quella naturale, bensì dello specchio della quale intuisce i fondamenti ideali o logici di punto all’infinito, il più lontano, coincidente con quello di punto infinitesimo o “punto occhio”, il più. Entrambi coincidenti nel punto di proiezione sul foglio da disegno; al centro della linea di livello dell’occhio. cfr immagine de pictura.

Il concetto di punti all’infinito coincidenti sul foglio [1] reclama e origina una direzione di ricerca nuova, nella quale l’indagine sul primato dello spazio nullo (come tale intuito dalla mente), nei confronti dell’esperienza naturale dei luoghi diventa centrale. In realtà, all’inizio la novità è occultata o mascherata dall’idea dell’analogia al limite dell’identificazione tra fatto naturale o costruttivo e fatto ideale o virtuale. O tra luogo naturale e spazio mentale.

Ed è stato possibile così pensare che si possa passare dall’uno all’altro spontaneamente e ingenuamente. Cosa non vera. Infatti occorre ripensare la relazione stretta, nella mente, tra due modi irriducibili , l’uno dall’interno, l’altro dall’esterno di intendere lo spazio del mondo.

Tornando ad Alberti, si capisce che, fin d’allora, la classicità non era tanto la meta difficile da raggiungere. Ma il punto di partenza di un percorso nuovo. L’avvio di qualcosa generata in quell’ allora storico. E che da quel momento produce tipi diversi di “fatti” gli uni esposti per disegni e gli altri per opere edificate. Queste, permanendo  per istruire della loro novità, sono monito per andare oltre. Quelle, come opere di editoria, sono “paradigmi” di forme/figure virtuali, la cui declinazione può soddisfare l’intento di novità nella persistenza: persiste la relazione paradigmatica, muta la declinazione figurativa e formale, a partire dall’idea di una scomposizione/ricomposizione della quale Palladio, nei Quattro libri dell’architettura insegna il modo.

Ho tributato il dovuto debito di riconoscenza al barocco romano. Ma ho esordito dicendo della sua fine: quando la percezione della novità del tempo che esprime si arresta per effetto della controriforma.

Tra palazzo Barberini e convento di san Filippo Neri si conclude l’evoluzione della ricerca romana. E la sua fine è decretata dalla  scelta di Luigi XIV il re di Francia che gli preferisce Perrault, indicando così una direzione di ricerca alternativa, illuminista e francese, antiromana e antibarcca; in un certo senso antimanieristica. Che, nel cercare un’auctoritas di riferimento,  mira ed attraverso di essa la ripetizione nell’oggi dell’eccellenza antica.

 

[1] Il raccogliersi del corpo allungandosi in relazione ad un baricentro, nell’elevarsi, è il primo termine dell’angolo d’equilibrio, il secondo termine, allora, la giacitura del suolo è intuita come tatto, o cieco toccare il fondo, sentendone l’inclinazione appunto, nei confronti della quale inclinarsi per raggiungere la statica dell’angolo retto.


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