1§. L’esplorazione del mondo e l’esplorazione dello spazio virtuale: circospezione somatica e progetto architettonico.

2§. L’Opus architectonicum di F. Borromini. Il disegno architettonico come esito dell’esplorazione dello spazio virtuale finalizzata alla “progettazione” dell’edificio virtuale.

3§. Feedbak alla ricerca attuale di teoria dell’architettura: le operazioni di astrazione/concretizzazione del rilievo e della progettazione nell’era del disegno digitale.

 

1§. L’esplorazione del mondo e l’esplorazione dello spazio virtuale: circospezione somatica e progetto architettonico.

Da sempre lo spazio virtuale del foglio da disegno è stato posto a  confronto con lo spazio somatico sperimentato dalla circospezione esistenziale.

D’altra parte, una volta che fu capita la realtà virtuale del foglio da disegno, chiunque se ne potè appropriare per rendere più efficace la mappatura del campo d’azione, soprattutto nel programmare l’azione su di esso ed in esso. Infine il rapporto tra i due tipi di esperienza dello spazio non cancellano la loro differenza radicale. Né lo spazio virtuale può sostituire all’esperienza somatica nell’esistenza quotidiana di ogni uomo. Benchè chiunque lo usi nella propria quotidianità  per illuminarla.

L’architetto, ovviamente sa quanto l’illuminazione dipenda da una circospezione virtuale dell’oggetto virtuale. Quanto questa consenta di sovramarcare il campo d’azione per potenziarne la disposizione all’azione.

La proprietà degli oggetti virtuali è, infatti, quella di essere strumenti istruiti da concetti. Dei quali la mente può appropriarsi per concepire potenziamenti della sua azione ulteriori a quelli naturali.

Questo almeno è il foglio da disegno o la carta topografica e geografica.

Perciò pretende che una operazione immaginativa si metta in azione sinergica con la circospezione somatica del campo d’azione per concepire un’azione che mira un altrove altrimenti inaccessibile senza le istruzioni dello spazio virtuale. Un altrove che reclama prodotti e attrezzi per divenire accessibile.

D’altra parte, la circospezione immaginativa dello spazio virtuale è, per gli architetti, una pratica base del mestiere, oggi, giacchè espongono il proprio pensiero architettonico, prima che costruendo, disegnando.

Anzi la scoperta dello spazio virtuale e la invenzione di una scienza proiettiva (geometricomatematica) che trasforma qualunque superficie, – ad esempio quella della lavagna -, in uno spazio virtuale, è stata inventata da architetti. Non da scienziati.

Architetti erano Brunelleschi, Alberti e Leonardo.

Talchè l’approdo odierno appare l’esito inatteso e “rivoluzionario” di ciò che consegue alle loro scoperte. Non intendo identificare arte e scienza. Né fare dell’architetto uno scienziato in sedicesimo. Ma non intendo, come architetto, rinunciare alla scienza che istruisce la pratica del mestiere.

Senza scienza di uno spazio virtuale non ci sarebbe disegno e progetto moderno.

Rivendico per l’architetto un campo di ricerca tra esplorazione somatica del mondo ed esplorazione dello spazio  virtuale nei rimandi necessari l’una all’altra e viceversa.

Sostengo un’evidenza: i disegni, come tali, valgono come opere virtuali esposte nello spazio virtuale della tavola da disegno. Esigono una operazione mentale complessa di ricostruzione a partire dalle sezioni caratteristiche per poter essere guardati come corpi tettonici ricadenti sotto vedute virtuali. Simile operazione mentale che fonda su una geometria analitica infinitesimale che oggi i programmi CAD operano automaticamente, deve essere comunque messa in esercizio salvo la designificazione radicale dell’operazione.

Si apre un fronte di ricerca nuovo per l’architetto: a fronte di strumenti nuovi di elaborazione dello spazio virtuale e di apparecchi nuovi di pratica del mondo da quelli attualizzati,  esercitare la riflessione sulle possibilità che si aprono al futuro. È una ricerca intrinsecamente futurista che ha ad oggetto ciò che chiamiamo “spirito del tempo” o “zeitgeist”.  Origina una storia “monumentale” del presente, non una storia documentale del passato.

Per questo lavoro una storia documentale è fuorviante. Il campo specifico della ricerca sta tra arte e scienza perché esige la biografia delle persone non però della memoria del patito, ma della illuminazione del capito nell’incontrare il mondo. Una biografia dell’incontro fertile con il mondo. In questo desoggettivata e sociale. Non deprivata di tempo umano. Non è “soggettiva”, benché personalmente vissuta perchè fonda sullo studio di fatti altrui come istruzione di domande proprie da rivolgere al mondo. Il fatto che vi sia stato e permanga una elaborazione  immaginativa a partire dai fatti studiati, nulla toglie alla obbiettività dello studio. L’elaborazione immaginativa, infatti, è l’intrinseca condizione d’essere dello spazio virtuale per sua natura prodotto di scienza.

Introduco con questo il mio primo studio d’un oggetto d’architettura virtuale. Non è stato il trattato di Palladio. Ma un’opera del seicento: l’ Opus architectonicum di F. Borromini, esercizio magistrale del disegno, contemporaneamente progetto e rilievo. Ma, presentato nell’opera editoriale di un testo di tavole d’architettura commentate da un membro dell’ordine, edificio esemplare o paradigma del convento dell’ordine. Come tale opera “ideale” o modello paradigmatico. Nel riproporlo all’attenzione perché è esemplare della maniera borrominiana ancorchè inaugurante il modo specifico, preguariniano, del barocco.

 

2§. L’Opus architectonicum di F. Borromini. Il disegno architettonico come esito dell’esplorazione dello spazio virtuale finalizzata alla “progettazione” dell’edificio virtuale.

Per dichiararne l’appartenenza ad una biografia personale ricordo la pubblicazione su Casabella (Omaggio a Borromini, nel cinquecentenario della morte. n. 321 del ‘67). E l’occasione dello studio che fu il ritrovamento, nel ‘65/66  in una biblioteca milanese, l’Ambrosiana, dell’Opus Architectonicum che feci fotografare, ricopiandone poi i testi su trasparente per riprodurlo in dispensa,  e farne oggetto di studio tavola per tavola. Il rapporto tra programma e “stanze”, “sale” o “vasi” con i cortili e i loggiati era esposto in modo così dettagliato da fare di quest’opera una dimostrazione esemplare del rapporto tra temporalità d’uso e qualità della forma nella disposizione organizzata da tre tipi di cortili: di società, di comodità, di servizio.

La cui insegna dell’opera: una facciata dal centro concavo ed un terminale a linee spezzate del tutto contraria alle regole del tempo,   era, per di più, non coincidente con la sala dell’oratorio, spostata invece per suggerire una simmetria inesistente.

Tutte queste novità appartenenti alla “maniera” dell’architetto, pensavo, non fossero davvero significative perché dimostrazione dell’ indubbio talento (al limite virtuosistico) dell’architetto, ma perché pregna del sentimento drammatico dell’autore  di fronte agli esemplari d’architettura analoghi ai sui, sia antichi, sia recenti. Compariva il sentimento dell’attualità propria, della propria contemporaneità. L’architetto seicentesco, non reclamava il distacco dalla tradizione costruttiva del medioevo,  per far rinascere l’antichità. Anzi nell’idea di non rinunciare ad una sapienza costruttiva, proponeva di ripensarne i principi sulla scorta di nuove riflessioni nate dallo studio dell’architettura antica. Questo, al fine di esporre una propria originalità, capace, appunto, di ripensare la struttura muraria evoluta dall’antichità nel modo originale concepito nel presente del suo “oggi”.

Dimostra, quindi, che il “ri-nascimento” di un passato remoto (o antico), non è più obbiettivo delle scoperte/invenzioni determinanti la “rivoluzione epistemologica” del quattrocento – come l’ha chiamata E. Garin -. Forse, non lo erano state neanche all’origine. Ma solo in un secondo momento, al tempo di Bramante e Raffaello a Roma. Testimonia, che non si può far rinascere l’antichità. Con essa ci si può solo confrontare da pari a pari. A partire dalla propria  ora. Ed è un’ora che conosce la tettonica della trasparenza come luce; ma solo come controfaccia della tettonica della massa animata da linee di forza, come buio. Una cecità che il potere della mente penetra, perché solo essa sa ascendere all’astrazione per tornare alla concretezza attraverso una “visione” mentale potenziata.

Tutto ciò si mostrava, a me che studiavo i disegni dell’opus architectonicum nel confronto con le fotogtarfaie che avevo riprso nell’ispezione che avevo fatto, mostrava differenze specifiche che costituivano problema del mio tempo, il XX secolo.

Mi si mostrava un Borromini consapevole della perdita dell’assoluto tettonico nel disegno. E nel contempo della perdita dell’aura di un asolto religioso conferito all’architettura dall’appartenenza costruttiva al mondo. A questa perdita dell’aura infatti cercava compenso, nell’attenzione al materiale ed alla lavorazione più adatta a “sentirne” le qualità. Si mostrava così l’insorgere, per la prima volta, del sentimento dell’attualità che diverrà esclusivo nel XX secolo appunto. Persino una mira desoggettivatrice. Non voglio, con ciò, ridurre ad una impossibile modernità,  l’opera del Borromini. Solo segnalare perchè, alle soglie dell’art nouveau, l’attenzione al barocco potesse essere rivelatrice (si vedano gli studi di Wollflin). E persino motivare la convocazione ideale alla ricerca d’oggi. Penso all’autore americano, Frank O. Ghery, la cui opera è stata posta a confronto con l’arte di Borromini per rimuovere la colpa dell’ arbitriarietà e sottolineare, invece, un’ “originalità” up to date.

Ciò che invece mi pare importante segnalare è rapporto tra statica e figurazione nell’opera dell’americano. Questo era, infatti una specificità dell’arte borrominiana: l’impiego della contraffortatura reciproca delle costole a canestro che erano state punto d’arrivo della statica tardo medioevale .

Parlo della statica delle volte nelle coperture di grandi luci, come quella dell’Oratorio di San Filippo neri a Roma, che è, come nelle architetture gotiche coeve, a canestro. Perciò i pilastri murari, elevati sull’appoggio a a terra si piegano ad arco ribassato, incrociandosi in copertura per ricadere sul lato opposto della sala da coprire. Sul lato di prospetto, quindi, sporgono costole non piane, suggerendo pareti perimetrali soprattutto in facciata non piane, ma curvilinee o ondulate. In copertura  il riempimento degli alveoli può essere sostituito da vani che forniscono luci.

La complessità della modellazione dell’intero ha, quindi,  precisi vincoli di struttura che si rivelano ad una analisi attenta. I vincoli valgono soprattutto per l’apertura di vani illuminanti.

Si esaltava, così l’opposizione tra materia e luce. Una definizione statica della struttura, determinava il contrasto tra buio, penombra e piena luce. Quindi la differenza radicale tra il buio del  San Carlino e la piena luce di sant’Ivo.

Questa qualità dell’architettura di Borromini sfugge a chi studia le tavole dell’ Opus Architectonicum. Il quale, invece, come opera editoriale – pubblicata tra l’altro più di cinquant’anni dopo la morte dell’architetto nel 1725 – si rivolge ad un pubblico internazionale di cultori dell’architettura, non solo architetti, per offrir loro la cognizione figurativa e formale dell’edificio, senza averlo visitato. Sostitutiva quindi la circospezione somatica della visita.  L’osservazione delle tavole, poi, fornisce una  cognizione virtuale  dell’opera persino migliore, di chi ne ha avuto conoscenza solo attraverso la visita e non ha disegni di rilievo. E lo verificheremo in seguito  attraverso lo  studio di Arnheim, La dinamica della forma architettonica. Nei confronti dell’edifico costruito, l’oggetto virtuale dà una nozione pienamente intellegibile. Non solo sostituisce lo sforzo mentale di stabilire mentalmente la simultaneità dei luoghi visitati nella posizione reciproca. Ma chiede alla mente un ulteriore e più complesso lavoro operativo: quello di costruire la totalità integrale tridimensionale della forma tridimensionale della forma a partire dalle sezioni, cosicchè la mente possa detenerla e praticarne idealmente le parti trasparenti/attraversabili  passando attraverso soglie aperte nelle parti chiuse/ostacolanti.

 

3§. Feedbak alla ricerca attuale di teoria dell’architettura: le operazioni di astrazione/concretizzazione del rilievo e della progettazione nell’era del disegno digitale.

D’altra parte le tavole non rimandano necessariamente ad un edificio costruito o da costruire. Alla loro realtà virtuale nulla manca.

È questo dato di realtà per l’intelletto ciò che ha determinato tanti equivoci tra i quali spicca l’idea di “creazione” da parte dell’intelletto umano della realtà virtuale. Che oggi è revocata nell’opposto antiumanistico di una “intelligenza” produttiva da parte delle macchine istruite dai programmi informatizzati che operano automaticamente sullo spazio infinitesimale producendo forme. Equivoco del pari funesto. Senza l’intelligenza i persone che facciano accendere le macchine e diano l’imput affinchè queste operino nell’una o nell’altra direzione, le macchine non si mettono in moto.

Non intendo procedere sul tema.

Solo rilevare che l’intelligenza dello spazio virtuale stava in una scoperta: l’intelligenza del fenomeno “specchio” con la conseguente invenzione di strumenti sostenenti concetti derivati da tale intelligenza, ed esibiti da geormetrie originali proiettive. E, tra i quali spicca il foglio da disegno prima, poi lo schermo cinetelevisivo o del computer anche telefonico. Il quale computer, con le sue operazioni automatiche, algoritmiche sullo spazio infinitesimale, dimostra la desoggettivazione essenziale della geometria analitica.

Insomma per lo studioso che ero, l’analisi del lavoro sul foglio da disegno e lo studio delle opere in base alle forme virtuali esposte dallo stesso foglio da disegno,  preconizzava temi della modernità. E mi avviava,  all’analisi parametrica delle opere d’architettura, dapprima prevalentemente geometrica in seguito gestita da serie numeriche armoniche.

Si vedano gli studi esposti dalla ricerca di base 1970/84.

Con ciò penso di avere perseguito la ricerca, precedentemente rivendicata, sul campo specifico dell’architetto tra esplorazione somatica del mondo ed esplorazione progettuale dello spazio. La quale fonda sull’analisi dei procedimenti progettuali come fenomenologia dell’ azione umana somatica e mentale nel/sul/col mondo. Una ricerca che opera “concettualmente” sulla realtà del mondo pensando al modo d’abitarlo valendosi di tutti i mezzi e gli strumenti che sono a disposizione per estendere, ampliare e ulteriorizzare l’efficacia dell’azione umana stessa. Come già dissi è una ricerca intrinsecamente futurista, il cui oggetto, ciò che chiamiamo “spirito del tempo” o “zeitgeist”, origina una storia “monumentale” del presente, non una storia documentale del passato. Una monumentalità non eroica, ma della vita quotidiana. Perciò la ricerca esige che sia messa in gioco la biografia di persone autrici, per poter procedere tra arte e scienza, tra esperienze somatiche del mondo ed sperimentazione della sua realtà virtuale concettuale e scientifica. De-psicologizzata dallo studio dei “fatti” di altri autori e dall’interrogazione che insorgendo nell’ora, persegue un’illuminazione d’intelligenza nuova che sia monumento dell’ora quotidiana che è sempre nuova. Per ciò   desoggettivata e sociale. Il fatto che vi sia stato e permangano elaborazioni  immaginative, nulla toglie alla obbiettività dello studio. L’elaborazione immaginativa, infatti, è l’intrinseca condizione d’essere dello spazio virtuale la cui verifica come dato di realtà è per sua natura prodotto di scienza.

In proposito mi preme chiarire che nella ricerca delle ore di illuminazioni de-psicologizzate  dall’uso di strumenti istruiti dalla scienza, da me precedentemente rivendicate come specifiche degli architetti, gli oggetti virtuali che sono per loro natura tra concetto ed esperienza somatica  sono i “fatti” da studiare nella fenomenologia duplice nel processo di riduzione a disegno (rilievo architettonico) e nel reciproco di conduzione al disegno dell’intuizione dell’idea di un di campo edificabile. E, tra gli oggetti virtuali,  fotografie e immagini digitali non sono altro che modi d’essere di oggetti virtuali sul fronte del “rilievo” principalmente. Anche se hanno importanti impieghi anche nei processi d’ invenzione progettuale.

Ai dati di pura forma del disegno, le fotografie, infatti, aggiungono dati di colore, grana etc. che adeguati infogrammi implementano delle loro nozioni scientifiche.

È la ricerca dei modi della concezione tra studio dei “fatti” pregressi e attenzione ai procedimenti in esercizio nella concezione.

Un lavoro sulle operazioni reciproche dal concreto all’astratto e viceversa che si compiono nel rilevare edifici esistenti e nel progettare di edifici virtuali.

Tali operazioni, che appaiono reciproche, in realtà,  ma non lo sono affatto.

Ciò che le rende tali è il disegno e lo statuto scientifico dello strumento che si usa nel disegno: il foglio da disegno prima, la carta fotografica, il computer che forma le immagini sullo schermo.

Tutti strumenti nei quali un’istruzione scientifica  che nel computer è addirittura un “programma” informatico fondato su algoritmi di geometria analitica della più ampia potenza di elaborazione dello spazio astratto infinitesimale.

Questi strumenti giocano un ruolo diverso nel momento del rilievo ed in quello della progettazione. Nel primo caso operano in modo astraente. Nel secondo in modo depsicologizzante o concretante. La operazione de-sogettivante oggi appare quella più densa di rischi e di equivoci perché rimuove il tempo umano e promuove o preconizza l’idea di rimuovere l’uomo stesso che pensa. L’equivoco antiumanistico, in realtà è il mito di un’aristocrazia radicale che riduce ai suoi membri coloro che sono legittimati ad agire, relegando tutti gli altri ad uno stato di delgittimazione altrettanto radicale.

Non voglio proseguire perché il discorso scivola sul piano del conflitto politico economico.

Mi attengo ad un momento prepolitico perché non posso accogliere i termini in cui si sta giocando sui tavoli della gestione del potere. E non detengo ancora i termini di un principio alternativo emancipato da questo mito di aristocrazia radicale.

Mi preme proseguire sullo specifico campo di ricerca dell’architetto: sulle operazioni astrattive del rilievo e sulle operazioni concretanti del progetto. Indagine che riguarda le operazioni specifiche che la mente compie per studiare gli oggetti costruiti attraverso la loro riduzione ad oggetti virtuali e quelle che la mente compie nel procedimento inverso, quello di progetto. Occorre indagare la meno immediata relazione tra le operazioni di astrazione e concretezza nelle quali il disegno e lo strumento astraente/concretante della superficie del foglio che lo rende possibile, svolgono un ruolo non simmetrico né automatico del rilievo e del progeto.

Peraltro al centro dell’attenzione, sarà piuttosto che il rilievo, il progetto, nel quale il disegno assume il compito di conferire concretezza, ancorchè virtuale, a quanto concepito. Ciò che si chiamò idea e che oggi si chiama concetto figurativo  o concept (termine inglese) è il tono di un’affezione suscitata da una figura che affascina, stupisce o repelle: Durand ne riassumeva l’esposizione in uno schizzo. Tuttavia alla voce Tipo, Quatremere risaliva appunto all’affezione. Cosicchè lo schizzo è già una prima elaborazione de-soggettivante. Aldo Rossi, più recentemente, ha parlato di figure archetipe. Dino Formaggio, negli stessi anni sessanta, ha parlato di una discesa alle madri di tutte le figure.  Rogers, pochi anni prima aveva mostrato lo schizzo di Le Corbusier per Ronchamps  come esposizione dell’idea nello schizzo.  Ponendomi in una posizione più vicina a questa che declina alla moderna il concetto di Durand, valorizzo il “fatto” schizzo, che elabora architettonicamente la discesa alle madri prossima all’accezione di Quatremère. Ma non lo accolgo né come affetto di Quatremère  né come figura archetipa di Rossi. Ma come figura sintetica, di pochi tratti, che indicano in una situazione data, di natura o città, il rapporto essenziale tra disposizione, orientamento e giacitura. Tale  modo di intendere il concepimento dell’idea di progetto, il concept, per la mia esperienza di progettista impegnato nell’insegnamento della composizione architettonica a scala urbana (urban design), lo considero più up to date dell’altro.

Comunque meglio indirizzate ad introdurre nello spazio virtuale del disegno le linee guida degli interventi complessi che l’attualità degli insediamenti urbani esige.

Non proseguo.

Sarà oggetto di successivi studi.

Anticipo solo che, riferendomi alla ricerca di base degli anni ‘70/’84, in cui elaboravo gli studi sul settecento con disegni parametrici, geometrie misurate da serie armoniche, ho introdotto più recenti ricerche. In proposito cito i due testi che, editi nella prima decade degli anni 2000 considero fondamentali: Inquietudine teorica e strategia progettuale di R. Moneo e Ten canonical buildings 1950/2000 di Eisenman. Di quest’ultimo segnalo il concetto di close reading che svilupperò in uno studio a parte. Cito altresì un più recentemente lo studio di Moretti condotto da Maria Lucrezia De Marco entro il Laboratorio di arcduecittà ed edito in Magazine di Arcduecittà n°1. Di questo studio sottolineo l’attenzione agli studi parametrici condotti da Moretti con istituti di matematica la cui rilevanza si verifica nei numeri 5,6,7 di Spazio come ricerca architettonica. Ed in particolare quello relativo alla architettura strutturale della fabbrica che valorizza la forma dell’ingegneria nell’espressione architettonica. Ed intitolo ad essa il corso del novembre 2017 per il circuito interuniversitario internazionale Athens fatto con Lorenzo degli Esposti e gli ingegneri: Claudio Chesi e Valentina Sumini. E con i più giovani tutors diretti da Federico Marani.

 


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