“O corpo mio, che ogni istante a me richiami la natura tua d’ istinti, 
l’ equilibrio d’ organi, le giuste proporzioni delle parti essenziali, 
per le quali esisti e torni in seno alle cose nobili; vigila sull’opera mia,
insegnami silenziosamente le schiette verità della natura;
fa sì ch’io capisca l’arte maestra di cui  sei dotato e che ti fa divenire.”

Valery, Eupalinos

 

Antefatto:  Di nuovo la domanda originaria, oggi .

Recentemente mi sono imbattuto di nuovo nel problema con il quale mi sono misurato da sempre,  almeno da quando l’architettura è divenuta, per scelta, occupazione primaria, distogliendomi dagli studi  letterari che occupavano precedentemente il mio tempo. Imponeva all’attenzione il saper fare. Era bensì il problema di esercitare il pensiero. Ma nel disegno. Al centro non c’era la parola. Si trattava di qualcosa di estremamente diverso. Scoprire che la parola non poteva detenere l’esclusiva nell’esporre il pensiero sull’essere. E soprattutto sul mondo per l’uomo, è stato sconcertante . Mi ha imposto una disciplina del tutto ignota. Che mi introduceva in un modo, per me, inedito d’esporre il pensiero. Pensavo fosse un mio problema. Scoprire che, in un dibattito pubblico tra cultori della disciplina, vi fosse chi rivendicava alla filosofia un primato su ciò che considero campo specifico dell’architettura è stato ancor più sconcertante. Il fatto è accaduto in seguito ad un articolo di Gregotti sul Corriere della sera di qualche anno fa: L’architettura è arte, non un testo – Sabato, 5 luglio 2014 . L’architetto milanese contestava le tesi di Francesco Vitale in  Jaques Derrida e la scrittura dello spazio.  Sosteneva, al contrario, che l’architettura non può essere testo, giacché reclama una autentica esperienza del vivente. Entro tale esperienza del vivente, si espone un pensiero non enunciato, perciò, come in un testo letterario, in una essenziale separatezza da ciò che occorre all’esistenza, ma in un’intrinseca coincidenza col fatto che le occorre. Concordando, così, con lui, ho voluto approfondire, a mio modo, il tema, per come lo avevo incontrato sui banchi della scuola. E sviluppato, poi, fino ad oggi.  In proposito propongo un’evidenza: la “comunicazione” architettonica del pensiero riguardo all’abitare ed allo spazio abitato, non può esser altro che “l’autentica esperienza del vivente”, un’esperienza somatica, per la quale è in esercizio la circospezione stessa per lo “scambio” col mondo indispensabile all’esistenza.  L’esplorazione è l’esercizio primitivo della circospezione . La mappa mentale del campo d’azione il suo fine. L’esplorazione è il tempo d’esercizio dell’azione nel quale il campo d’azione muta il suo concetto: il labirinto, esplorato e marcato in questo lavoro e “trasformato” in mappa mentale del campo d’azione. Poiché il campo labirintico è stato picchettato ai punti tropici da marche, il campo d’azione è costruito per essere abitato. L’edificio, munizione civile del campo d’azione, implica le circostanze locali della regione come presupposto indispensabile di sé nel campo, del quale si pone a capoluogo. L’esplorazione  è l’autentica esperienza del vivente che genera il saper fare l’opera d’architettura nella quale il saper costruire per abitare si espone direttamente. L’opera stessa come edificio e circostanze, ovviamente, si esibisce alla pratica d’abitare delle persone come  campo d’azione costruito quindi somaticamente decifrabile nei comportamenti reagenti alle cose disposte nel campo per “misurarlo” e “prenderlo”. Come tale, l’edifico non è “testo” per come lo si intende in letteratura. I suoi segni, non sono disposti a rammemorare significati altri da quelli della loro necessità per l’esistenza. Per l’esistenza infatti, vale l’esplorazione, anzi la circospezione nell’esplorazione che non cessa di essere esercitata nella quotidianità dell’esperienza. Se di comunicazione si tratta nell’esplorazione del campo d’azione esposto dall’edificio, non è una comunicazione di significati per segni, ma direttamente, in modo somatico, di esibizione, ai corpi del campo entro cui assumere posizioni e atteggiamenti del corpo per le azioni dell’esistenza: in una parola per abitare.

1. Questa, del resto, era la mia posizione nel dibattito memorabile con Purini su Arc, (cfr. n° 2 luglio 1997 pag. 22.) la rivista dei dottorati italiani di ricerca in composizione architettonica. Commentando l’editoriale del primo numero, Purini contestava la posizione che avevo espresso. Riteneva volessi restaurare il fondamento delegittimato della disciplina. Reclamava un riposizionamento. Il disagio attuale dell’architettura, sosteneva, derivasse dall’emergere dell’idea del progetto come pericolo in una società sempre più esigente, sempre più decisa al ritiro delle deleghe precedentemente rilasciate alle singole professioni. Questa idea non l’ho potuta accettare. Non intendevo restaurare una concezione pregressa, ma esporre un’evidenza non revocabile: il progetto, come pensiero volto ad adattare il mondo ad un modo dell’abitare concepito entro le condizioni d’essere del mondo, non “può” essere né pericoloso né non pericoloso. È infatti il modo d’essere spontaneamente e somaticamente assunto  dall’uomo al mondo. Né bello né brutto, né buono né cattivo. Nella libertà, piuttosto, sta il potenziale pericolo. Ad essa però, non si può rinunciare. D’altra parte chiamando pericolo la condizione spontanea dell’uomo nel mondo per esistere, non si postula un antiumanesimo radicale che, in vista di un male ineliminabile, come aspirazione al bene supremo, preferisce una sorta di suicidio del genere umano? Penso che Purini sia d’accordo con me nel rifiutare questo esito. In ogni caso non ho potuto far mio il radicale ribaltamento antiprogettuale che i filosofi vanno sostenendo, per cui un logos teoretico, filosofico, si fa fondamento dell’abitare. E la filosofia pretende così di sostituirsi all’architettura nel ruolo di “disciplina” dell’elaborazione del problema concettuale di costruire per abitare. Soprattutto se concettualizzare significa realizzare una nozione mentale di saperfare Con Dino Formaggio, enuncio il postulato: in principio è il corpo attore[2]. Struttura in carenza d’essere. Solo operando col mondo nel mondo sul mondo, si trascende la carenza stessa. E, per il saper costruire, si edifica nel campo la mappa del campo che coincide, per la memoria immediata, con la mappa mentale. Abitando si esplora e nel contempo, abitando se ne costruisce la mappa mentale e se ne concepisce la riforma.

2. Sono tornato alla tesi di Gregotti, all’ autentica esperienza del vivente; all’ architettura della costruzione, come fatto indispensabile all’ autentica esperienza del vivente: l’abitare. Nell’abitare esercitare quella circospezione esplorativa che dà nozione del mondo, Esplorare! Non “leggere”. Esplorare è il primo lavoro per conoscere il mondo per abitarlo, nell’abitarlo. Abitare non è un momento passivo ma attivo. Abitando si esplora, s’ impara a fare, a saperfare, a sapere. Dal sapere di nuovo saper fare, fatti; cioè strumenti inventati per operare con intelligenza sempre più acuta nel penetrare il modo d’essere il mondo stesso, e volgerlo all’azione umana.

Prefazione: Abitare, Esplorare, saper fare, costruire. Nell’esercizio della facoltà somatica specifica dell’uomo: la circospezione nell’esplorare apprende a costruire, mentre lo fa, il campo d’azione, del quale fa contemporaneamente mappa mentale.

Pensando il corpo attore come carenza d’essere si volge la mente al mondo come situazione indispensabile d’essere per il corpo attore stesso. E, naturalmente, ad altri necessari al proprio essere corpo al mondo. Almeno i genitori che dettero nascita. E, soprattutto, a ciò che non si sa: il mondo stesso che occorre; ma non come carenza d’essere o come mancanza, ma come pienezza d’essere. Dunque comincia un lavoro nel corso del quale l’ignoranza viene trascesa. Non colmata. Ancorchè il trascendere faccia la funzione di colmare per gli uomini. Dunque al centro l’azione. Cioè l’esplorazione e, in essa, l’esercizio delle facoltà umane: la competenza di abitare il mondo, che acquisisce scienza dell’abitare nel farlo, e competenza di costruire nel mondo ed attraverso il mondo, un campo d’azione edificato. Vengo, dunque, da qui, al tema costruire/abitare, attraverso un postulato: non si abita per costruire. Abitando invece s’impara a costruire per abitare. L’abitare è un apprendistato a conoscere il campo d’azione costruendone mentalmente la mappa e potendolo quindi mantenere, perfezionare sostituendone parti o rivoluzionare, concependo una rivoluzione dell’intero. Pensare il rapporto tra abitare e costruire evidenzia le due intenzioni costituenti la facoltà umana che la Choay ha chiamato competenza. Distinguendola appunto da quella di parlare definita da Chomsky. Occorre abitare ed avere abitato per apprendere ed avere appreso come adattare il pensiero al mondo e poter concepire e portare a compimento l’azione di adattare il mondo alla volontà. Questo secondo movimento del sapere che compie il fine del primo, dimostra, da un lato, che il mondo non è “naturalmente” o spontaneamente per l’uomo, il quale, perciò, è in “carenza” d’essere senza un mondo; dall’altro che, nel lavoro, l’uomo determina un secondo adattamento, cioè quello del mondo alla volontà. La carenza non è rimossa, ma operando secondo le scoperte e invenzioni del primo adattamento, può determinare quell’integrazione nel/col mondo che trascende la mancanza d’essere. Occorre saperlo fare. Occorre imparare a farlo. Occorre un apprendistato. Tale apprendistato è l’azione spontanea sul mondo dell’esplorazione del mondo. Ciò che si apprende in tale apprendistato è a marcare il campo d’azione per l’azione: farne la mappa e la mappa mentale. Una mappa che è già disposizione dell’intorno all’azione. Quindi  in attesa di uso per l’azione in cui si manifesta il consenso. In questo sta il “vero” che trascende il non so. Avverto l’incertezza della “verità”. Non l’assenza. Nell’incertezza sta la libertà. Nell’incerto non vi è assenza del certo. Ma impossibilità di nominarlo. Occorre “farlo”, cioè trascendere l’ignoranza del mondo facendo in esso e con esso il campo d’azione. Edificandolo. Questi, preliminarmente, è un saper manu_fare, un saper gestire il corpo e gli arti, in particolare braccia e mani. Attrezzandoli dopo averli inventati di strumenti vieppiù performanti. Pensare  un saper il corpo stesso nel gestirsi per fare tanto da inventare strumenti per potenziare l’azione mentre opera  nel produrre “cose”. Non si tratta di inventare un protocollo da seguire pedissequamente; un protocollo regolato da una teoria separata da apprendere come tale per applicarlo. Ma un logos immanente al fatto. Il fatto è a-fasico. Il saper_fare che lo istruisce, è esposto solo dal fatto.

L’architettura è appunto l’arte che procede da questo principio.

 Postscriptum.

Intravvedo un possibile sviluppo che procede dal primo movimento della competenza. Quello che esplora le circostanze per farne campo d’azione. S’intuisce un lavoro intellettuale istruttorio che analizza la circospezione esplorativa. Lo possiamo descrivere nei termini fenomenologici di Husserl/Desanti; cioè come momento ritenzionale avviato della mira circospiciente: primo atto della memorizzazione immediata, la caduta in un fondo (upokeimenos) di ciò che è ricevuto dal mirato. Tale atto, preliminare a ciò che ho chiamato adattamento del pensiero al mondo, è insufficiente ad operare sulle circostanze per edificare il campo d’azione. Se non viene operata una manomissione del ritenuto  mirato per confermarne l’intenzione verso l’azione la caduta nel fondo è inerte. Questo compimento rafforzativo della ritenzione, fa del ritenuto erma (picchetto di mappatura che trascende le circostanze in campo d’azione) a sua volta surdeterminata in cosa conforme ad azione. Vedo in tale esposizione operare una mira industriale, anche nella sua forma primitiva agricola. Lo dichiaro per essere imparziale, almeno nella dichiarazione della scelta di campo, inevitabile. Perché apre ad un contraddittorio. Non posso qui sviluppare tale seguito. Ne parlerò altrove.

Ernesto d’Alfonso

 

[1] Questo è il primo di una serie di articoli collegati tra loro che intendono esporre una riflessione teorica dell’architettura. Che procede dalla domanda originaria. E riguarda la percezione esplorativa: la circospezione per costruire il campo d’azione

[2] Dino Formaggio, Estetica tempo progetto. Clup,  Milano, ’90 a cura di E. d’Alfonso ed E. Franzini.

 


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