Avvertenza. Postulato. Il logos tettonico, principio di saper fare nel fatto è fondamento di architettura. E di semiologia architettonica, in seguito.

Il “ campo d’azione” edificato, è  un architettonico fatto. Saperlo fare è esposto dal fatto stesso. Il principio del saperlo fare è logos architettonico. Bensì tratto dall’osservazione dei fenomeni del mondo. Ma come intuizione che illumina l’intelletto. Non come esibizione del procedimento generativo. Principio di manifattura e d’arte, invece. Il principio del logos tettonico è la simultaneità dei luoghi.

L’intuizione del principio o la scoperta del logos tettonico del “fare”, è operazione mentale che elabora le circospezioni esistenziali della esplorazione. E vale per le conseguenti invenzioni, per gli “strumenti” di lavoro e per il procedimento artistico che istruisce. A partire dalla mappatura del campo d’azione e dalla mappa mentale che la mente edifica per sé. E, per la mappa, è necessario il metro: la canna misurata dal passo o dal braccio.

Da questo punto di vista esemplare è la musica. Della quale l’architettura è sorella. Entrambe generate dal “metro”. Come nella musica s’impara suonando, a costruire architettonicamente s’impara costruendo. É l’apprendistato di chi cerca, facendo come il maestro, di penetrare il modo in cui, questi, procede nel fare fino al compimento dell’opera.

Sorge un problema oggi. Piuttosto che costruire l’architetto, oggi, disegna. E disegnando progetta. Non costruisce. E il disegno pare una semiologia. Benchè non coincida con una semiologia verbale.

Si tratta di saper penetrare il fondamento non mentale di tale semiologia. Il fondamento di qualcosa che viene dal mondo e con la collaborazione del mondo perché intuizione del modo in cui accadono i fenomeni tettonici nel mondo. Ma non è la esibizione dello spontaneo “generarsi” dei fenomeni nelle naturali condizioni entro le quali si generano. I fenomeni si possono provocare dall’arte che procede dal saper provocare le condizioni intuite. È una provocazione sperimentale che conduce ad una verifica sperimentale1. E mi riferisco, qui all’esperimento esemplare, quello che inaugura la modernità distaccandosi dal medioevo. Ed è l’intuizione che penetra nel logos tettonico della veduta. Pietrificando la simultaneità dei luoghi nella deformazione dello specchio. Ponendo la condizione che sostituirà il concetto di spazio alla esperienza somatica dei luoghi che costruisce nella mente la mappa della loro simutaneità. L’intuizione di cui parlo infatti riassumerà l’intelligenza del logos tettonico nel concetto di “sistema dello spazio”.

Per capire la sostituzione, si deve allora penetrare di nuovo nell’esperimento di Brunelleschi raccontato dal Manetti nella Vita di ser Filippo Brunelleschi: è l’esperimento delle due tavolette dalla superficie a specchio, forate al centro e poste l’una di fronte all’altra davanti alla superficie muraria della Facciata della Cattedrale di Firenze con la porta aperta sulla piazza antistante. Quelle che descrivo sono le condizioni necessarie all’esperimento che pietrifica l’immagine. La verifica della scoperta è resa possibile dalla intuizione delle condizioni per le quali il mutevole diveniva fisso o il plurivalente monovalente cosicchè possa essere studiato. Nel Quattrocento non si poté nominare l’esperimento come tale.

Per di più, una sorta di hubris, avanzò l’idea che l’uomo disponesse di un modo di agire simile a quello di Dio. In altre parole, si pensò che la mente d’un uomo dotato d’ingegno, di una competenza specifica – diremmo oggi – aveva, come dice Alberti, capito come “fare” una cosa fino ad allora impossibile agli uomini: Penare un oggetto e poterlo esporre, senza contributo di materia alcuna, sine ulla materia, per di più, attraverso tale esposizione, potere realizzare ad arte l’oggetto stesso. Questa tesi, esposta da L.B.Alberti, deve essere presa sul serio, non in senso metafisico o teologica, ma nel senso che si apriva per l’uomo un potenziamento della sua azione mentale. La qual cosa era resa possibile da nuova geometri che permutava la natura di qualunque superficie in una superficie virtuale. Essa esponeva uno “spazio” virtuale la cui geometria, proiettiva nella forma primaria (prospettiva) fu inventata appunto da Alberti nel De Pictura e perfezionata da perfezionata da Piero della Francesca, Filarete, Bramante e Leonardo. Palladio, invece farà, sulla scorta di Filarete, della concinnitas, fondamento delle proiezioni ortogonali, che si usano ancora oggi nel disegno d’Architettura.

Ripeto, Brunelleschi2 attraverso attraverso il suo esperimento demitizzò lo specchio, estraendolo dalla percezione mortifera che se ne aveva precedentemente, nei miti di Medusa e Narciso. E ne fece oggetto tecnico: la tavola da disegno la cui superficie, come lo specchio, conteneva l’infinito spessore sul proprio piano a spessore nullo. Alberti ne intuì la ragione ed inventò la geometria prospettiva come concetto sistematico dello spazio sulla superficie. Inventò i concetti base della proeitività la linea d’orizzonte all’infinito – con il punto di vista – e la linea di terra nel finito dalla quale prendere i punti di distanza da proiettare sulla linea d’orizzonte e farne punti all’infinito. La geometria proiettiva propria di qualunque superficie cioè di qualunque area a spessore zero mutava lo statuto concettuale del foglio da disegno il cui fondo non è solo e tanto pietra che riceve segni , ma, attraverso i segni stessi permutatore della superficie in Spazio tridimensionale o spazio virtuale. Né tale permutazione ha cessato di valere per qualunque superficie, che sia fotografica, cinematografica televisiva o digitale. Sono fogli da disgno o schermi. Anche lo schermo telefonico assume tale statuto nel mostrare fotogrammi o immagini digitali.

Con questo ho messo in evidenza, oltre alla doppia scoperta/invenzione di Brunelleschi, Alberti, una semiologia la cui decifrazione è operata in un modo che non ha nulla a che vedere con la lettura. Il disegno non è decifrabile letterariamente. È anch’esso afasico. Cambia radicalmente lo statuto del fondo, la tavola da disegno, essa deve essere materiale e immateriale insieme. O meglio cosa del mondo e cosa del pensiero insieme strumento per la mano che disegna, nello stesso tempo istruito da concetti per la mente che pensa (immagina) la cosa che la mano va esponendo in disegni.

Solo così la mente, può immediatamente intuire la spazialità mentale esposta dal concetto. Perchè opera su di un fondo la cui superficie è  istruita dal concetto dello spessore nullo perchè infinitamente trasparente. La superficie, allora non è priva di spessore , ma, in quanto trasparente, lo spessore non si rivela. Anzi, le figure delle forme, in quanto lontane, si appiattiscono “proiettivamente” in profili deformati rispetto alle misure della forma al vero.

La pietrificazione dello spazio del mondo consiste nella idea che la trasparenza frammezzo alla forma lontana abbia natura tettonica  identica a quella della forma chiusa e cieca del corpo che da lontano si mostra. E questa entro le figure che la racchiudono, attraverso di esse  valica  “proiettivamente” lo spessore trasparente, cioè  convergendo al punto dal quale si getta lo sguardo alla forma stessa che, così scorcia proporzionalmente in base alla distanza.

La realtà tettonica della esperienza non tattile della forma di cosa lontana consente alla mente di operare sulla forma della cosa in una modalità non tattile e tuttavia tettonica.   Così la mente può procedere a similitudine della mano nell’operare sulla tettonica  della forma in una modalità non tattile.

Non mi dilungo. Procederò in seguito.

Mi preme ora sostenere che la mia indagine sulla percezione, è cominciata da qui: dall’esercizio del disegno. Dalla evidenza che si trattava di operazioni concrete somaticamente compiute dalla mano attrezzata di strumenti. Ma istruita dalla scienza che il disegno esponeva cose virtuali in uno spazio virtuale. Il disegno dava loro “corpo” .  Da qui la domanda sul rapporto tra la cosa virtuale e la cosa costruita. Lo sforzo di riattivazione della percezione somatica, che ho capito, per essere più estesa, di doversi meglio definire come circospezione. Ed ho in seguito cercato il confronto tra le due, ed a studiare la progressione dal disegno alla grafica digitale. Cosicchè, oggi, m’interrogo sui programmi parametrici.

Concludo l’avvertenza con questa precisazione:

L’architettura è stata, e resta, l’introduzione, nell’esperienza esistenziale primaria di chiunque – l’ abitare – alla situazione attuale, vieppiù rafforzata, potenziata e addirittura ulteriorizzata di strumenti o apparecchi d’interazione, virtuale, con il mondo. Una situazione quella moderna, nella quale le attrici, sono sempre e solo le facoltà spontanee di cui è dotato l’uomo alla nascita. La loro azione, però, è rafforzata appunto o ulteriorizzata, da strumenti che mettono in azione fenomeni d’interazione con il mondo e di comunicazione che ne potenziano gli effetti.

Benchè scoperti dalla scienza di chi è dotato di particolari capacità di intuire il mondo, le loro scoperte astrattive e invenzioni istruite dai concetti intuiti, devono giungere fino alla portata della cicospezione esistenziale di chiunque in un processo di concretizzazione efficace come invenzioni tecnologiche; idonee appunto a concretizzare le intuizioni scoperte in strumenti utili all’esistenza quotidiana.

Non ne voglio parlare qui in termini solo astratti, né facendone la storia.

Procederò, invece dalla biografia della ricerca nel corso della quale l’istruzione primitiva mi ha condotto alle domande ed ai conseguenti studi alla ricerca di risposte.

Il punto di partenza è stato dunque un’interrogazione radicale su ciò che andavo facendo quando disegnavo progettando cose architettoniche. E pensavo all’azione immaginativa di una circospezione virtuale operante analogamente a quella spontanea o somatica. Intuivo che gli oggetti tecnologici ampliavano immensamente il campo d’azione che concorre potentemente all’azione somatica della vita quotidiana di chiunque abiti oggi le città avendone nozione e disponibilità.

Post scriptum.

Ho parlato di una biografia della ricerca.

Vale forse la pena accennare qui al prossimo articolo dal titolo: Il saper fare nel fatto [3]. 1° studio. Il percorso autoistruttivo.

1°§. Il punto di partenza

2°§. L’esercizio ingenuo del disegno di progetto: la domanda nel primo “fatto”, il primo disegno di progetto. L’esperienza di una percezione immaginativa e opertiva.

3°§. Per una Metodologia della visione o Fenomenologia della percezione (circospezione) per l’architettura.

4§. Lo spazio dell’architetto: il foglio da disegno, un fondo per la proiettività descrittiva: tettonica (conservatrice dei rapporti di misura) e per la proiettività vedutistica (deformante i rapporti di misura).

5§. L’esplorazione del mondo e l’esplorazione dello spazio virtuale: circospezione somatica e progetto architettonico.

6§. L’Opus architectonicum di F. Borromini. Il disegno architettonico come esito dell’esplorazione dello spazio virtuale finalizzata alla “progettazione” dell’edificio virtuale.

7§. Feedbak alla ricerca attuale di teoria dell’architettura: le operazioni di astrazione/concretizzazione del rilievo e della progettazione nell’era del disegno digitale.

 

1 Per capire la sostituzione, si deve pensare di nuovo ad una evidenza: il logos tettonico, benchè proceda dall’illuminazione dei fenomeni, non coincide con il modo in cui i fenomeni spontaneamente s’innescano entro l’insorgere delle condizioni, ancorchè funzioni nell’opera umana come quello. Perché il motore operante nei fenomeni, non è una causa, ma una spontaneità immanente, non intenzionalmente indotta dall’arte che consegue alla scienza.

2 In realtà, quest’opera, era piuttosto pensata già nei termini propri del medioevo. Nel quattrocento, invece si scopre e inventa uno strumento originale: il modo di “pietrificare” l’immagine sullo specchio. Questa è la scoperta di Brunelleschi raccontata dal Manetti nella Vita di ser Filippo Brunelleschi: l’esperimento delle due tavolette dalla superficie a specchio, forate al centro e poste l’una di fronte all’altra.

Demitizzavano lo specchio, estraendolo dalla percezione mortifera di Medusa e Narciso. E ne facevano oggetto tecnico. Condizione primaria (necessaria/sufficiente come vorrà l’illuminismo) della camera fotografica. Ma soprattutto spiegazione illuminante di un concetto chiave: la “pietrificazione dell’immagine”. Per la quale qualunque superficie, ed in particolare la superficie del muro intonacato o del foglio da disegno, divenivano capaci, come lo specchio di “rispecchiare” una immagine del mondo. Anche una immagine non ancora realizzata, come quella concepita in immagine dalla mente come progetto da concretare.

Il fondo su cui si scriveva, cambiando statuto, cioè concretando il concetto della superficie priva di spessore (solo così immateriale) dello specchio, per cui l’intera profondità si “scorcia” sulla superficie diveniva capace di esporre le tre dimensioni.


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